Cercasi
Michael Moore che se la prenda con le multinazionali del benessere
biotech
Eugenia Roccella - Il Foglio 10.5.2005
La sinistra si è sempre caratterizzata come anti-mercato.
Nel generale venir meno delle antiche distinzioni tra schieramenti
e ideologie politiche, se ce n’è una che ancora ha
un senso, è proprio la diffidenza verso la scena economica
su cui agiscono le aborrite multinazionali e i brand di successo,
cioè i poteri che trasformano il mondo in un libero mercato
globale. Nel momento in cui l’industria fugge l’Occidente
per collocarsi altrove, l’anticapitalismo sposta i suoi obiettivi,
e addita come nemico principale il fiorente universo dei consumi,
capace, attraverso il marketing del desiderio e della libera scelta,
di condizionare l’individuo fino a plasmarlo come “consumatore
perfetto”.
Dall’altra parte, i nuovi liberisti intravedono nel mercato
una zona franca di autoregolazione, una sorta di regno dell’armonia
dove il gioco della domanda e dell’offerta sgonfia i conflitti
e crea uno spazio in cui non c’è bisogno di stato,
dove vige un’anarchia felice che ha trovato in se stessa le
sue leggi. Il modello travalica i confini dell’economia: più
mercato vuol dire allargare ad altre sfere questa visione utopica
di una libertà capace di autolimitarsi, scontrandosi con
gli equilibri del molto e del poco. Anche i desideri, notoriamente
poco governabili, secondo questa tesi dovrebbero calare di fronte
all’eccesso di offerta e impennarsi in tempi di penuria, producendo
un bilanciamento instabile ma sempre rinnovato.
E’ quindi del tutto logica e conseguente, almeno da questo
punto di vista, la posizione assunta in materia di tecnologie riproduttive
da liberisti coerenti come i radicali. Il partito di Pannella non
teme l’invadenza delle multinazionali, né l’immaterialità
sfuggente del mondo finanziario, e nemmeno la creazione di un mercato
di opzioni e tecniche riproduttive. Il mercato non è una
bestia nera, ma un luogo di libertà e di scambi autoregolati,
e anche se lambisce la vita e il corpo umano, dicono i radicali,
finchè c’è libera decisione individuale, tutto
è lecito.
Ma che ne è dei movimenti no-global, degli aggressivi accusatori
della Nestlè, della Philip Morris e di McDonald’s,
quando ci si sposta sul terreno delle biotecnologie? Dov’è
il Michael Moore delle industrie biotech? O anche soltanto il Prodi
della concertazione? Chi “concerterà”, mediando
tra diritto dell’embrione e diritto di scelta, quali parti
sociali? O a questa sinistra basterà che il nuovo commercio
di vita, che sicuramente partirà dalle zone più povere
del mondo, sia equo e solidale?
Forse bisogna ricordare a tutta la sinistra, più o meno antagonista,
che gli interessi che si muovono in questo campo sono giganteschi,
e che in prospettiva sono tali da annichilire qualunque confronto:
le imprese e i gruppi di ricerca sanno bene di giocare una partita
grandiosa con la brevettabilità delle basi della vita umana.
Già adesso non si può affermare che agli occhi dei
progressisti tutte le multinazionali e tutti i profitti siano uguali.
Le aziende farmaceutiche che inondano il mondo di profilattici pare
vogliano soltanto preservare l’umanità dall’Aids
(se producono farmaci contro l’Hiv, invece, vogliono speculare
sui paesi del Terzo mondo); quelle che distribuiscono pillole anticoncezionali
o abortive vanno difese in nome della libertà femminile;
quelle che fanno ricerca genetica e biotecnologica vogliono salvarci
dall’infertilità o da terribili malattie ereditarie.
Ma questi strabismi ideologici sono piccoli peccati candidi, schizofrenie
ingenue. Il cuore del problema è altrove.
Molte femministe, soprattutto negli Usa, si stanno interrogando
su quanto la retorica della libera scelta sia stata saccheggiata,
fino ad essere svuotata di significati utili per le donne. Le tecnologie
riproduttive hanno già aperto un nuovo mercato del corpo
e della vita. Gli uteri in affitto, le “donazioni” di
ovuli (ovviamente pagati), le banche dello sperma, sono soltanto
una prima, rozza organizzazione di un’area di scambi molto
promettente. L’eugenismo non è, come si continua a
dire, una perversione del concetto di libera scelta, ma un suo inevitabile
e naturale sviluppo, già in atto. Qualunque opzione sulla
“qualità” dei figli, qualunque diagnosi pre-impianto,
va chiamata col suo nome: eugenetica, appunto. Che è, oggi,
non più un progetto ripugnante di miglioramento della razza,
ma semplicemente un altro pacchetto di offerte sul mercato del benessere,
della forma fisica e della salute. Molte banche dello sperma propongono
una prima forma di garanzia, esponendo il proprio marchio di qualità:
roba buona, che proviene da maschi bianchi, scolarizzati, in buona
salute, eterosessuali, con alti livelli di intelligenza. La preselezione
del sesso, attuata in India e in Cina con l’aborto, in alcuni
paesi sviluppati è già operante, con tecniche più
sofisticate. Si moltiplicano i casi di bricolage genetico autogestito:
bambini costruiti su misura per ogni esigenza, con organi compatibili
per trapianti già programmati, oppure bambini sordomuti per
coppie sordomute. E si aprono nuove possibilità anche per
la prevenzione di stato, la selezione tecnocratica: oltre a vietare,
per il nostro bene, il fumo e il cibo ipercalorico, si può
intervenire sulla qualità genetica, scartando almeno le prime
grossolane imperfezioni. Perché no? Meglio prevenire che
curare.
E’ il mercato, bellezza. E’ il liberismo riproduttivo.
Stimolare il desiderio, col suo carico di illusioni, di promesse
mai mantenute di perfezione e felicità, è il compito
del marketing: criminalizzato quando si tratta di merce innocua,
entusiasticamente promosso quando si tratta di corpi umani e di
figli. La libertà procreativa si è già trasformata
nella libertà del consumatore, e i professionisti delle tecnologie
riproduttive somigliano sempre più agli accattivanti e servizievoli
commessi dei negozi alimentari: “come lo vuole, signò”?
La propaganda politica ci ha abituato ad alcune coppie inscindibili
nella diffusione dei luoghi comuni. Il liberismo, per esempio, non
può essere che “sfrenato” o “selvaggio”.
Ma nel campo riproduttivo si parla soltanto, ossessivamente, di
“libera scelta”. Scegliere un fast-food o una maglietta
firmata può suscitare disapprovazione e talvolta orrore,
ma scegliere tra geni, ovuli, uteri ed embrioni è un gesto
di libertà. La voce di Antonio Socci, urlante nel deserto
dell’ovvio televisivo, ancora resta senza risposta: “Perché
non si può commerciare l’embrione?” Ma sì
che si può: il liberismo riproduttivo selvaggio lo permetterà,
prima o poi.
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