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Ecologia e Bioetica

Il biopotere all'assalto delle leggi di bioetica
Le Monde - 17 gennaio 2002

Laurence Gavarini ci segnala un articolo scritto a più mani, pubblicato su "Le Monde" del 17 gennaio 2002dal titolo: "Il biopotere all'assalto delle leggi di bioetica". Si tratta di alcune considerazioni circa la modifica, in Francia, della legge in materia di bioetica.
Tralasciando i passi che riguardano più direttamente la situazione francese, riportiamo i punti che che sono più comuni ed in particolare quelli legati alle considerazioni circa la possibile clonazione umana.

"Abbiamo avuto il montone, il maiale e la mucca; ecco infine venuto il momento dell'uomo: la corsa alla clonazione umana industriale è iniziata dopo l'annuncio largamente mediatizzato della prima clonazione di embrioni umani negli USA. Allo stesso momento, una volta di più, un sospetto si insinua sulla realtà del successo dell'esperimento. Il colpo pubblicictario si adorna, beninteso, dei servizi che la tecnica permette di rendere alla salute, ma cela malamente gli scopi commerciali dei quali ne è la posta. E chiunque esprima dei dubbi sugli interessi, il buonsenso, il costo e soprattutto la trasgressione in atto in questo tipo di sperimentazione, è ben presto collocato tra gli oscurantisti"

Il Francia, ma ormai è tendenza comune, tutte le tematiche riguardanti la procreazione umana venegono delegate ad una "istanza tecnica: l'Agenzia Nazionale della Procreazione Umana" (orribile anche il nome): "Orwell e Huxley nel Panthéon dei comitati d'etica e il biopotere santificato per legge; degli scienziati determinerebbero le norme biologiche applicabili, per le specie animali e per la riproduzione della specie umana"

E sulla clonazione, sebbene la confusione sia alta, in attesa che sia resa possibile o meno, "alcuni biologi si sono già mobilitati intorno ad un manifesto per esigere l'importazione delle linee di cellule staminali embrionali a pena di privare la Francia delle ricerche da fare in questo campo evidentmente prioritarie.
La vera posta del dibattito salta subito agli occhi: la concorrenza dei laboratori intimano di legalizzare al più presto la sperimentazione e lo sfruttamento industriale degli embrioni umani."

E qui si apre una questione spinosa: "Legittimare la clonazione detta terapeutica vorrebbe dire consentire alla divisione degli embrioni in due sotto-categorie: gli uni, concepiti al fine della procreazione, continuerebbero ad appartenere alla comunità degli umani; gli altri, utilizzati per la sperimentazione e "gettati" dopo l'uso, oppure trsformati in farmaci per l'industria farmaceutica, sarebbero fuori dalla norma umana.
Che resterebbe allora, delle precauzioni prese per ricondurre l'embrione all'insieme dell'umanità? Una "persona umana" non sorge miracolosamente dal nulla o da una cosa, essa si inscrive in questo continuum. Ora la concezione di un embrione destinato alla sola sperimentazione oppure alla sua trasformazione in farmaco implica un passaggio dall'essere alla cosa - questa reificazione che tutti proclamano di voler evitare. Se degli embrioni umani sono creati al solo fine di servire a materiale di sperimentazione o di cura, che senso ha parlare ancora di bioetica?"

Al contrario, è assolutamente idispensabile valutare prima, in modo più rigoroso e critico, la pertineneza scientifica dei mezzi sollecitati dalla ricerca biomedica; di provare che la ricerca sull'embrione umano si impone in rapporto alla ricerca sull'embrione animale; di dimostrare che le cellule staminali dell'embrione sono più efficaci di quelle dell'adulto; di enunciare e discutere le condizioni nelle quali gli ovociti delle donne saranno acquisiti per procedere alla clonazione a fini terapeutici; di spiegare come si potrà disporre di ovuli in abbondanza, quando si sa che delle donne sono già utilizzate per "fornire il mercato" di ovuli; di valutare le conseguenze di questo sfruttamento di ovuli prodotti in abbondanza, davati alla prospettiva della selezione umana da parte dell'eugenismo consensuale (la scelta degli embrioni), così come quella della clonazione "riproduttiva"; di misurare il costo di queste pratiche dal punto di vista collettivo di una politica della salute, etc. Altrettanto che ad altre questioni in sospeso, sulle quali è essenziale riflettere invece che alla pretesa urgenza di far fronte alla concorrenza degli specialisti e dei laboratori.
In questo contesto, nulla giustifica che l'istituzione scientifica, i laboratori pubblici e privati, né, a maggior ragione, i loro finanziatori, si sottraggano alla critica. Nulla soprattutto dispensa i politici dal sottomettere l'intervento scientifico ad un dibattito che non sia riservato alla cerchia ristretta di qualche esperto divenuto un lobbysta fra tanti. Se sono consultate molte istanze (Consiglio di Stato, Comitato consultivo nazionale d'etica, Ufficio parlamentare di valutazione delle scelte tecnologiche, Accademia della medicina etc:), vi si ritrovano sempre gli stessi esperti, giudici e specialisti ai quali sono chieste delle valutazioni, e vi si trovano sempre gli stessi argomenti, tra i quali, certamente, quello della competizione fra specialisti, tra istituzioni scientifiche, tra imprese commerciali, tra nazioni".

 

 

 
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