Razzismo,
ambiente e fecondazione artificiale:
la lunga storia dell'eugenetica mondiale
Riccardo Cascioli - Avvenire - 22 febbraio 2005
La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948) riconosceva
i diritti fondamentali di tutti gli uomini. Oggi, ONU e UE propongono
i "nuovi diritti umani", diritti soprattutto di un'oligarchia
(potente) che promette di salvare Gaia, il "pianeta Terra".
Nonostante gli (altri) uomini
Per affrontare con efficacia il confronto che ci attende a proposito
della fecondazione artificiale è necessario ricostruire il
retroterra culturale e politico da cui la richiesta di manipolare
gli embrioni trae giustificazione. Scoprendo così che non
si tratta di un fatto soltanto italiano né tanto meno recente.
All'indomani della seconda guerra mondiale - dopo due conflitti
in 30 anni, milioni di morti e l'orrore dei campi di sterminio -
la comunità internazionale si chiese "Perché?"
e "Come evitare che accada ancora?". La risposta è
nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (1948) che,
ricorrendo al diritto naturale e grazie all'eredità della
civiltà cristiana, riconosce la centralità della persona
e l'universalità dei diritti umani fondamentali. La Dichiarazione
si basa sul riconoscimento che "tutti gli esseri umani nascono
liberi ed eguali in dignità e diritti" (art. 1) e a
loro spettano "tutti i diritti e le libertà enunciate
nella presente Dichiarazione" (art. 2) che possono essere interamente
ricondotti al "diritto alla vita, alla libertà e alla
sicurezza della propria persona" (art. 3). Una notazione interessante
è che proprio per garantire tutti questi diritti la Dichiarazione
stabilisce non l'individuo ma la "famiglia" (basata sul
matrimonio tra uomo e donna) quale "nucleo naturale e fondamentale
della società" e per questo "ha diritto ad essere
protetta dalla società e dallo Stato" (art. 16.3).
Peccato però che contemporaneamente una ben organizzata lobby
- di cui vedremo più avanti la matrice - si sia attivata
per riaffermare il "diritto positivo" sopra il "diritto
naturale", fino ad arrivare, nel 2000, alla promulgazione della
Carta della Terra, che anche nelle intenzioni rappresenta il completo
rovesciamento della Dichiarazione Universale del 1948.
Nella Carta della Terra sparisce infatti la centralità della
persona per fare posto a una più ampia "comunità
di vita" in cui l'uomo si confonde con il regno animale e regno
vegetale in una sorta di panteismo che si pone in aperto contrasto
con la visione giudaico-cristiana. Basti ricordare queste parole
di Mary Evelyn Tucker, studiosa di religioni ed ecologia all'Università
di Bucknell, tra le principali redattrici del testo: "L'obiettivo
della Carta è quello di un revisionismo creativo per una
mutua e solida relazione tra l'uomo e la terra, ben lontana dalla
concezione ortodossa e monoteistica, che mette l'uomo al centro
della creazione. Nella maggior parte del mondo la visione associata
con la tradizione abramitica del giudaismo, del cristianesimo e
dell'islam, ha sviluppato una moralità dominante centrata
sull'uomo. A causa di questa visione del mondo esageratamente antropocentrica,
la natura è stata vista come un essere di secondaria importanza".
E l'ex presidente sovietico Mikhail Gorbaciov, attuale responsabile
per l'Europa della Carta della Terra, ne parla come del "manifesto
di una nuova etica per un nuovo mondo (...)". "Questi
nuovi concetti - per l'uomo della perestrojka - si dovranno applicare
a tutti, e il nuovo sistema di idee, di morale e di etica costituirà
un nuovo modo di vita. Il meccanismo che useremo sarà quello
di rimpiazzare i dieci comandamenti secondo i princìpi contenuti
in questa carta o costituzione della Terra".
Per essere precisi la Carta della Terra non è stata ancora
ufficialmente adottata dalle Nazioni Unite, grazie alla deterrenza
esercitata dal'attuale presidenza Usa di George W. Bush. Ciò
non toglie però che i princìpi della Carta della Terra,
basati sul concetto di sviluppo sostenibile, stiano già penetrando
in molte legislazioni nazionali. Anche la Costituzione europea ha
nel preambolo un riferimento implicito alla Carta della Terra, e
quei "valori" si ritrovano in diverse parti del trattato
costituzionale.
Questa trasformazione ha portato negli ultimi
anni una novità importante: nelle sedi internazionali si
parla sempre meno di diritti universali e sempre più di "nuovi
diritti umani", che vengono riproposti in ogni occasione e
che riguardano assai da vicino il discorso sulla fecondazione artificiale.
I "nuovi diritti umani" si condensano infatti nei "diritti
sessuali" e nei "diritti riproduttivi". I primi tendono
a sostituire l'universale divisione dei sessi - maschile e femminile
- a favore di un'articolazione più ampia e sfumata: si nega
in questo modo l'ordine naturale e si affermano invece gli orientamenti
sessuali, con la richiesta di riconoscere cinque generi: maschile,
femminile, omosessuale maschile, omosessuale femminile, transessuale.
E da qui anche la base per attribuire alle coppie omosessuali la
possibilità di essere genitori. I "diritti riproduttivi"
ruotano invece attorno all'autodeterminazione e alla libera scelta
della donna: contraccezione e aborto sono l'espressione più
comune, ma anche il "diritto al figlio".
La caratteristica dei "nuovi diritti umani" è la
loro relatività. Ovvero essi non sono definiti in natura
quanto piuttosto da una maggioranza, ossia dallo "spirito dei
tempi". Ed è così che i "nuovi diritti umani"
entrano in conflitto con i "vecchi diritti universali"
quale è, ad esempio, quello alla vita. Non deve dunque stupire
se la Commissione Onu sui diritti umani decida - come sta accadendo
- di mettere sotto accusa la Polonia perché la sua legge
che legalizza l'aborto è troppo restrittiva. Se ripensiamo
all'origine della Dichiarazione del 1948 si può avvertire
la pericolosità di questa trasformazione, ovvero il deragliamento
a cui ci espone. Difendere il diritto del concepito, impedire per
legge che si possa manipolare l'embrione è dunque una battaglia
a garanzia della libertà contro il tentativo di destrutturazione
dell'ordine naturale a tutto vantaggio di signorie più subdole.
E' doveroso chiedersi a questo punto qual è l'origine di
tale progetto, e scopriamo così una inquietante analogia
con quell'epoca che gli estensori della Dichiarazione del 1948 avrebbero
voluto evitare che riaccadesse. L'origine infatti si può
trovare nel movimento eugenetico che, contrariamente a quel che
credono i più, non nasce e muore con il nazismo. L'eugenetica
infatti attraversa tutto il Novecento e si presenta oggi maggioritaria
sotto le accattivanti forme delle ideologie umanitarie.
A coniare il termine eugenetica (dal greco eu, buona, e génos,
razza) già alla fine dell'Ottocento, fu il britannico Francis
Galton , cugino e discepolo di Charles Darwin, del quale sviluppò
le teorie sulla selezione naturale applicata alla società
umana: gli uomini tendono a riprodursi oltre i limiti fino a generare
una lotta per la sopravvivenza, che vede vincitori i più
forti e intelligenti. Galton, poggiandosi anche sulla recente scoperta
dell'ereditarietà dei geni, fa un passo ulteriore chiedendosi
se non sia possibile "guidare" la selezione in modo da
migliorare la razza umana. Strutturale nel pensiero eugenetico è
il razzismo: lo stesso Galton teorizza l'inferiorità genetica
di alcune razze, tra cui i neri e gli indiani d'America. Evidente
anche la tendenza a separare nella società i "sani"
dagli "insani", per evitare il moltiplicarsi di geni "deboli".
Nascono così le prime Società Eugenetiche. Al primo
Congresso internazionale di Eugenetica, nel 1912, partecipano delegati
provenienti da Stati Uniti, India, Australia, Canada, Germania,
Francia, Giappone, Mauritius, Kenya e Sudafrica. Negli Usa la teoria
trovò consensi perché intercettava le ansie di molti
bianchi che vedevano minacciata la nazione americana dai cambiamenti
economici e demografici (nei primi anni del '900 c'è una
forte immigrazione dall'Europa meridionale e orientale). Nel 1930
erano almeno una trentina gli Stati americani dove vigevano leggi
eugenetiche che autorizzavano la sterilizzazione degli "insani",
ovvero criminali, epilettici, deficienti mentali, pervertiti sessuali
e anche "non bianchi". E in quegli anni anche in diversi
Paesi europei venivano applicate analoghe misure, in Svezia e poi
a seguire in altri Paesi, la sterilizzazione forzata è rimasta
in vigore e applicata fino agli anni '70-'80. In quell'humus nascono
anche altri movimenti, a partire dal femminismo radicale: convinta
eugenista era l'americana Margaret Sanger, che negli anni '10-'20
diede il via al movimento di liberazione della donna, a lei si deve
anche il concetto di controllo delle nascite. La Sanger, tra le
altre cose, fondò l'International Planned Parenthood Federation
(Ippf), presente oggi in oltre 180 Paesi, che è la più
grande multinazionale per la contraccezione e l'aborto. Vita parallela
a quella della Sanger ebbe l'inglese Marie Stopes, fondatrice in
Inghilterra della prima clinica per il controllo delle nascite (1920);
anche lei ci ha lasciato degli "eredi" riuniti nell'organizzazione
Marie Stopes International, molto ben inserita nella Commissione
Europea.
In questo quadro si può meglio comprendere il sostegno culturale
di cui ha goduto il nazismo, il quale poté in breve assurgere
al potere proprio in ragione di un certo clima e di determinate
alleanze culturali e scientifiche. Sbaglierebbe però chi
pensasse che la sconfitta del nazismo abbia significato anche la
fine dell'eugenetica. Il movimento aveva radici ben più profonde
di quelle del nazismo ed era ampiamente diffuso al di fuori della
Germania. Il dopoguerra è perciò un periodo di ripensamento
sulla strategia da seguire. Esemplare al proposito questo brano
di Frederick Osborn, la figura più importante del movimento
eugenetico americano di quegli anni. Osborn parla nel 1956 alla
Società Eugenetica britannica: "… La parola eugenetica
è caduta in disgrazia in alcuni ambienti. (...) Dobbiamo
dunque chiederci, dove abbiamo sbagliato? Abbiamo sottovalutato
un tratto che è quasi universale e profondamente radicato
in natura. Cioè le persone non vogliono accettare che la
base genetica che forma le loro caratteristiche è inferiore
e non deve perciò essere ripetuta nella prossima generazione.
Noi abbiamo chiesto a interi gruppi di persone di accettare questa
idea e lo abbiamo chiesto anche a singoli. Loro hanno costantemente
rifiutato….
La gente invece accetterà l'idea di uno specifico difetto
ereditario. Andranno a una clinica per l'ereditarietà e chiederanno
qual è il rischio di avere un bambino con qualche difetto.
Calcoleranno il rischio rispetto alla possibilità di avere
un bambino sano, e usciranno di solito con una sana decisione. Ma
loro non accetteranno l'idea di essere di seconda classe. Perciò
dobbiamo puntare su altre motivazioni".
Ciò che nel prosieguo del suo discorso Osborn propone è
la "selezione volontaria inconsapevole" la quale ha impressionanti
tratti coincidenti con l'attuale concetto di "libertà
di scelta". Ad ogni modo, mentre le Società di Eugenetica
cambiano nome nei più presentabili e moderni Istituti di
Biologia Sociale, è proprio a partire dagli anni '50 che
fioriscono due correnti che tutt'oggi sono la più matura
espressione del pensiero eugenetico: il movimento per il controllo
delle nascite, che ha nel Population Council (fondato da John D.
Rockefeller III) e nell'International Planned Parenthood Federation
(IPPF, fondata da Margaret Sanger) i protagonisti principali; poi
il movimento ecologista, che "esplode" negli anni '70
e trova nel Sierra Club, nel WorldWatch Institute e nel Wwf i punti
di riferimento.
Questi movimenti hanno un minimo comun denominatore: una visione
totalmente negativa dell'uomo e di sfiducia verso il futuro, che
richiede il formarsi di una "oligarchia illuminata" in
grado di guidare un'umanità altrimenti dannosa per sé
e per il pianeta, fino a programmare e selezionare gli individui.
Che poi sono i presupposti della Carta della Terra, i quali compaiono
nell'attività dell'Onu. Come stupirsi che nell'ultima Assemblea
generale (ottobre-novembre 2004) si sia evitato di far approvare
una risoluzione di condanna per la clonazione umana?
Parte essenziale di questo progetto è slegare l'uomo da ogni
appartenenza, perché è l'appartenenza ad un legame
che garantisce la libertà e la resistenza a ogni tentativo
di dominio L'attacco più vigoroso è così per
la famiglia, posta nella Dichiarazione del 1948 come cellula fondamentale
della società. Da ormai 15 anni a ogni conferenza si tenta
di relativizzare il concetto di famiglia, trasformandolo in "famiglie",
dove la struttura cambia a seconda della cultura e dei tempi.
In questo contesto un'importanza tutta particolare ha la questione
della fecondazione artificiale. Far passare come normale tale pratica
- soprattutto nella sua versione eterologa, cioè con un donatore
al di fuori della coppia - significa cancellare anche l'immagine
di appartenenza che la nascita di un bambino rappresenta. Perciò
battersi contro la fecondazione artificiale e contro i tentativi
di peggiorare la Legge 40 - pur limitata e non totalmente condivisibile
- è una battaglia per la libertà e per la difesa della
dignità di ogni uomo.
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