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La Germania e i fantasmi dell'eugenetica
di Stefano Tognoli

Quando Oliver compie gli anni, per la medicina tedesca è sempre una giornata particolare. La Germania ormai lo ha dimenticato, ma nell'istante in cui vide la luce in una clinica di Erlangen in Baviera il 16 aprile 1982 Oliver aveva già conquistato un primato nazionale: era il primo bambino tedesco nato con l'ausilio della fecondazione artificiale. Quell'anno il "Registro Ivf" delle Società tedesche di ginecologia e medicina riproduttiva, che costitutisce la banca dati più completa attualmente disponibile nel Paese, annotava 742 cicli terapeutici. Oggi sono più di 100 mila all'anno. Oliver si prepara ormai a festeggiare il suo ventitreesimo compleanno e di bambini come lui ne sono nati nel frattempo in Germania oltre 150 mila.

Ma anche nel Paese celebre per i propri virtuosismi tecnici e scientifici gli specialisti e le coppie in difficoltà continuano a scontrarsi con percentuali di successo inferiori alle attese. Solo il 15% delle
fecondazioni artificiali conduce, secondo le statistiche nazionali, a una maternità. A ciò si aggiungono i pericoli legati ai parti plurigemellari e i rischi di malformazioni, superiori in bambini nati con metodi di fecondazione artificiale rispetto ai nati per vie naturali: dato, questo,
ammesso in un articolo del giugno 2004 anche da una rivista non sospetta come il Journal für Reproduktionsmedizin und Endokrinologie, organo ufficiale di otto tra le più importanti società di medicina riproduttiva dei Paesi di lingua tedesca.

Per cercare di porre rimedio a questi problemi, molti specialisti da tempo premono per ottenere la legalizzazione di metodi di controllo e selezione degli embrioni al fine di trapiantare in utero soltanto quelli con le maggiori possibilità di sviluppo. In Germania il dibattito sulla medicina
riproduttiva si concentra così sulla diagnosi preimpianto (nota con l'acronimo "Pid"), oggi vietata, che qualcuno vorrebbe poter effettuare nel caso di coppie a rischio per ragioni d'età o di malattie congenite.

Nel 2002 la commissione "Diritto ed etica nella medicina moderna" del Parlamento nazionale ha tuttavia respinto la Pid con la motivazione che "il metodo conduce all'annientamento di embrioni umani creati con riserva di giudizio, qualora dal test risulti la presenza di materiale genetico indesiderato".Il dibattito sulle modifiche alle norme che regolano la fecondazione artificiale è peraltro strettamente legato al più ampio confronto politico in atto sul cosiddetto "embrione terapeutico". Si tratta di un confronto che, accanto a interrogativi condivisi con altri Paesi sull'inizio della vita umana, ha specificità nazionali. Gli aspetti di selezione e manipolazione legati alla Pid e all'uso di embrioni umani a scopi di ricerca hanno evocato infatti fin dall'inizio nel Paese i fantasmi del passato: ovvero, le selezioni eugenetiche di nati con gravi malformazioni imposte dal regime nazionalsocialista con il programma in codice "Aktion T4" e gli esperimenti medici condotti sui prigionieri nei campi di concentramento.

A sessant'anni dalla caduta del Terzo Reich, il rapporto dei tedeschi con il proprio passato è ancora fortemente problematico e di certo tutt'altro che estraneo al varo nel 1990 di una "Legge per la protezione dell'embrione" ("Embryonenschutzgesetz") che regola tutt'oggi in forma restrittiva le pratiche di fecondazione, vietando la clonazione e la manipolazione di
embrioni umani.Ma oggi a favore di regole a maglie più larghe c'è un argomento di particolare impatto sull'opinione pubblica del Paese. Privi di materie prime e costretti a fare i conti con gli alti costi della manodopera che riducono la competitività del settore manifatturiero, i tedeschi sanno di avere economicamente sempre vissuto sull'esportazione di alta tecnologia "made in Germany" e temono che troppi divieti nel settore delle biotecnologie conducano la Germania a una grave perdita di competitività e di posti di lavoro, a vantaggio di Paesi che dispongono di leggi molto "liberali" (è il caso della Spagna e della Gran Bretagna).Anche questo nuovo dibattito ha una data storica che porta il nome di un altro Oliver. È l'agosto 2000. Oliver Brüstle, ricercatore dell'Istituto di neuropatologia dell'Università di Bonn, inoltra presso la Deutsche Forschungsgemeinschaft (Dfg) una richiesta di finanziamenti per ricerche su cellule staminali di embrioni umani. Poiché in Germania la crioconservazione e l'uso di embrioni a scopi di ricerca sono vietati, le cellule - guarda un po'- vengono importate da un laboratorio israeliano di Haifa.

In Germania scoppia la bufera. Si constata un vuoto legislativo sul fatto che nei laboratori tedeschi non sono conservati più di 15 embrioni come conseguenza di cicli terapeutici interrotti per motivi eccezionali di forza maggiore. Ce ne vogliono più di cento per realizzare un'unica linea
staminale. Manca dunque la materia prima, ma la richiesta di finanziamento viene sospesa fino all'eventuale varo di nuove norme.Le ricerche dell'Università di Bonn hanno l'appoggio del governo della Nord Renania-Vestfalia. Per il suo presidente Wolfgang Clement (della Spd), oggi ministro federale dell'economia, "se questa ricerca avesse successo, si tradurrebbe prima o poi in prodotti
farmaceutici d'avanguardia".

Pochi mesi più tardi è lo stesso cancelliere Gerhard Schröder a scrivere di suo pugno sul settimanale Die Woche un articolo dal titolo "Il nuovo uomo".
Il premier vi paragona la decodificazione del genoma con l'atterraggio del primo uomo sulla Luna, e quanto alle possibili "applicazioni e conseguenze di queste tecniche" respinge "una politica di paraocchi ideologici" giudicando anche che "si debba verificare in continuazione la sostenibilità
scientifica ed etica della medicina riproduttiva". Il suo obiettivo politico resta da allora una riforma della "Embryonenschutzgesetz" - la normativa vigente - in senso favorevole all'uso terapeutico degli embrioni.Alla linea del cancelliere si oppone la maggioranza dell'unione cristiano-democratica Cdu/Csu. "La questione è sempre la stessa: la dignità umana - afferma Hubert Hüppe, vice-presidente della Commissione parlamentare su etica e medicina.
Dall'esperienza della nostra storia sgorga l'articolo 1 della Costituzione dove si sancisce che "La dignità dell'uomo è intoccabile" senza condizioni. Così tanti posti di lavoro con la ricerca sugli embrioni finora non sono neppure nati, mentre più importante e promettente è la ricerca su cellule
staminali adulte. In questo ambito abbiamo già terapie. Le altre sono utopie".

Il vero freno alle ambizioni del cancelliere sono però gli alleati di governo. La posizione dei Verdi tedeschi, secondo le linee definite nella conferenza federale del novembre 2003 e non più modificate, è che "con il compiersi della fusione di ovulo e spermatozoo inizia la vita umana".
Quindi niente ricerca su embrioni e la richiesta al governo di "ribadire espressamente il divieto della Pid con una nuova legge sulla fecondazione artificiale". Su alcune posizioni, come spiega ad Avvenire una consulente tecnica del partito, i Verdi sono ancora più critici della Cdu: "Per esempio
abbiamo forti dubbi sulla ricerca con staminali adulte e ovociti, per i pericoli di commercializzazione di materiale umano di cui soprattutto le donne possono essere vittime". Un misto di ecologismo, femminismo e antiglobalizzazione spiega l'attuale posizione dei "Grünen", così com'è riassunta dal vice presidente del loro gruppo parlamentare a Berlino, Reinhard Loske: "La bioetica - dice - è il classico esempio di un'intesa possibile Cdu-Verdi".Con i "Grünen" che remano contro, la Cdu che fa opposizione e i socialdemocratici non perfettamente compatti dietro alla linea del proprio cancelliere, lo scontro avvenuto negli ultimi anni tra Schröder e la commissione parlamentare su "Diritto ed etica nella medicina moderna" era quasi inevitabile. Schröder ha cercato di aggirare i continui veti dell'organismo parlamentare con la creazione nel 2001 di un "Consiglio etico nazionale" ("Ethikrat") inteso come "un foro per il dialogo su questioni etiche riguardanti le scienze della vita", composto da esperti, rappresentanti delle diverse istanze culturali del Paese e membri delle associazioni di malati.

I componenti dell'Ethikrat però li sceglie in via esclusiva proprio il cancelliere, e per questo difetto di rappresentatività democratica rispetto alla parallela Commissione parlamentare il Consiglio non si è mai liberato dall'immagine negativa di tavolo di esperti al servizio del re.Con la legge del gennaio 2002 che apre all'importazione di cellule staminali ("Stammzellgesetz") Schröder ha ottenuto dal parlamento un compromesso, tuttavia a un livello inferiore rispetto alle sue attese. La legge infatti ammette l'importazione da altri Paesi soltanto di cellule ottenute da embrioni sopranummerari (cioè eccedenti rispetto a quelli usati per l'impianto nell'utero materno) nell'ambito di cicli di procreazione assistita avvenuti prima del 1° gennaio 2002. Il loro numero basterà alla Germania per realizzare i primi programmi di ricerca. Se gli scienziati tedeschi riusciranno a brevettare nuove terapie, avranno però bisogno di altre staminali. E allora Schröder, insieme al trio di ministri Wolfgang Clement (Economia, Spd), Ulla Schmidt (Sanità, Spd) e Brigitte Zypries (Giustizia, Spd) torneranno all'attacco. Per ora il cancelliere si limita a sporadiche esternazioni, per cercare di contare gli amici e gli avversari su una materia sinora svincolata in Parlamento dalla disciplina di partito. L'ultima uscita pubblica l'ha fatta nel discorso al Bundestag (il Parlamento, appunto) per il rilancio dell'economia nazionale, a metà marzo, ed è stata una critica severa ai "prudenti" che sembra preannunciare un attacco: "Desidero ricordare il dibattito sull'uso terapeutico dell'embrione qui in Parlamento - ha detto -. Dico, con rispetto, che ho visto in tutti i partiti una tale renitenza che non posso essere d'accordo. Sia detto solo questo". Per ora.

 

 

 
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