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Chiesa sotto assedio. Ma l’ateo Habermas accorre in sua difesa
E a chiamarlo è il cardinale Ratzinger. Il filosofo di Francoforte rompe il fronte dell’attacco laicista. Anche altri intellettuali laici prendono le difese del cristianesimo. Tra i cattolici c’è chi si fida. E chi no
di Sandro Magister
ROMA – In Vaticano ne sono sempre più convinti. È in atto un’aggressione sistematica del laicismo contro il cristianesimo, con epicentro l’Europa e con bersaglio maggiore la Chiesa di Roma.
In un’intervista al quotidiano “la Repubblica” del 19 novembre, il cardinale Joseph Ratzinger l’ha descritta così:
“Siamo di fronte a un secolarismo aggressivo e a tratti persino intollerante. [...] In Svezia un pastore protestante che aveva predicato sull’omosessualità in base a un brano della Scrittura, è andato in carcere per un mese. Il laicismo non è più quell’elemento di neutralità che apre spazi di libertà per tutti. Comincia a trasformarsi in un’ideologia che si impone tramite la politica e non concede spazio pubblico alla visione cattolica e cristiana, la quale rischia così di diventare una cosa puramente privata e in fondo mutilata. Noi dobbiamo difendere la libertà religiosa contro l’imposizione di un’ideologia che si presenta come fosse l’unica voce della razionalità”.
Un mese prima, il 18 ottobre, il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio per la giustizia e la pace, era stato ancor più tagliente. Presentando una raccolta di tutti i discorsi diplomatici di Giovanni Paolo II, denunciò che le voci del papa e della Chiesa cattolica “vengono deliberatamente fatte sparire, sommergendole nel frastuono e nel baccano orchestrati da potenti lobby culturali, economiche e politiche, mosse prevalentemente dal pregiudizio verso tutto quello che è cristiano”.
A giudizio delle autorità vaticane, le prove di questa aggressione laicista sono ormai innumerevoli. Il cardinale Martino, che per sedici anni ha rappresentato la Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha ricordato “il tentativo di cacciare il Vaticano dall’ONU perché la Chiesa ha sempre difeso la vita e combattuto l’aborto”. E per quanto riguarda l’oggi ha aggiunto: “Basta pensare alla disinvolta e allegra maniera con cui queste lobby promuovono tenacemente la confusione dei ruoli [sessuali] nell’identità di genere, sbeffeggiano il matrimonio tra uomo e donna, sparano addosso alla vita fatta oggetto delle più strampalate sperimentazioni”.
L’omessa menzione delle radici cristiane nel preambolo della nuova carta dell’Unione Europea – lamentata più volte da Giovanni Paolo II in persona – è ritenuta un’altra di queste prove.
E così in Spagna la “revolución” laicista di José Luis Rodriguez Zapatero su divorzio, gay, embrioni, aborto, eutanasia. All’insegna del motto: “Se la maggioranza dice una cosa, quella è la verità”.
E così in Italia i referendum per facilitare il ricorso alla fecondazione artificiale e consentire l’eliminazione dei concepiti “inadatti”.
E così l’esclusione dalla carica di vicepresidente della commissione europea del ministro italiano Rocco Buttiglione – professore di filosofia e studioso del pensiero di papa Karol Wojtyla – a motivo delle sue esplicite posizioni cattoliche sull’omosessualità e il matrimonio.
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Dentro la Chiesa c’è però chi non è d’accordo con i giudizi allarmati sopra descritti.
In Italia e in Vaticano ha fatto rumore un commento pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” dal professor Pietro Scoppola, storico autorevole ed esponente molto rappresentativo della corrente intellettuale progressista che domina da decenni il campo cattolico, con largo ascolto tra preti e vescovi.
Il commento di Scoppola, apparso sulla prima pagina del quotidiano “la Repubblica” del 10 novembre, esordiva così:
“Mi sembra del tutto irrealistica, priva di ogni fondamento, l’idea di un’offensiva anticattolica”.
E proseguiva sostenendo che il vero pericolo per la Chiesa è piuttosto un altro:
“È l’iniziativa di alcuni esponenti laici volta a servirsi del cristianesimo, del cattolicesimo e della Chiesa in campo politico come elemento di identità di fronte alla minaccia del terrorismo ispirato al fondamentalismo islamico”.
Con questo, Scoppola si riferiva soprattutto a due intellettuali laici italiani di spicco, Marcello Pera e Giuliano Ferrara, che si sono schierati con forza a difesa dell’identità cristiana dell’Europa, di fronte non solo all’offensiva dell’islamismo radicale, ma anche a quella dello strapotere scientifico sulla vita e sull’uomo. Pera, filosofo della scienza e allievo di Karl Popper, è dal 2001 presidente del senato, eletto dalla maggioranza conservatrice; mentre Ferrara, che filosoficamente si ispira a Leo Strauss e alla sua tesi di una legge naturale capace di distinguere razionalmente tra bene e male, è direttore di “Il Foglio”, un battagliero quotidiano di nicchia, di proprietà della famiglia del premier Silvio Berlusconi, molto letto dagli intellettuali anticonformisti cattolici e non.
“Avvenire”, il quotidiano di proprietà della conferenza episcopale italiana presieduta dal cardinale Camillo Ruini, ha mostrato di apprezzare questa difesa del cristianesimo fatta da intellettuali laici.
Ma questo è stato un motivo in più, per Scoppola e quelli della sua corrente, per criticare le gerarchie della Chiesa. L’intervista allo storico Alberto Melloni, riportata più sotto, ben rappresenta questa corrente del pensiero cattolico. Secondo costoro, l’odierna convergenza tra la Chiesa e i citati esponenti laici che si dicono estimatori del cristianesimo, pur senza credervi, degrada la Chiesa a cappellania di una religione civile che in realtà non ha niente di cristiano.
Scoppola non ha esitato a indicare la forma “estrema e culturalmente più elaborata” di questa alleanza tra Chiesa e “atei devoti” in un famigerato precedente storico, sinonimo del peggior clericofascismo: l’Action Française di Charles Maurras, condannata da Pio XI nel 1926.
Il che ha indotto “Avvenire” a reagire con durezza, per la penna del suo stesso direttore Dino Boffo, vicinissimo al cardinale Ruini. E Scoppola a controreagire, rilanciando contro il vertice della Chiesa italiana l’accusa di mercanteggiare “consenso della Chiesa e legittimazione morale del potere in cambio di benefici e favori del potere medesimo”.
Con ciò lo scontro in atto da tempo tra il presidente della CEI e l’intellettualità cattolica progressista – analizzato in precedenti servizi di www.chiesa – ha toccato uno dei suoi picchi.
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Ma è davvero così sconveniente l’incontro tra le ragioni della Chiesa e quelle del pensiero laico, in nome di un comune apprezzamento del cristianesimo?
Ed è davvero così scontato che tale incontro risponda a interessi politici e di potere?
In almeno due recenti occasioni, due alti esponenti della Chiesa di Roma hanno mostrato che l’incontro tra fede cristiana e pensiero laico non è un espediente occasionale e opportunistico, ma un obiettivo strategico della stessa Chiesa ai suoi più alti livelli, e non da oggi.
Il 18 novembre di due anni fa, parlando a tutti i vescovi italiani riuniti, il cardinale Camillo Ruini invocò il filosofo ebreo Karl Löwith a sostegno della tesi secondo cui è la fede nell’Uomo-Dio Gesù Cristo il primo fondamento della dignità dell’uomo nella civiltà occidentale. Ruini lesse un passaggio di un libro di Löwith del 1941, “Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del secolo XIX”, per ammonire che proprio “con l'affievolirsi del cristianesimo oggi è divenuta problematica anche l'umanità".
Lo scorso 25 ottobre il cardinale Joseph Ratzinger ha invece chiamato in campo come proprio alleato “il filosofo considerato nel mondo di lingua tedesca come il laico più puro”: Jürgen Habermas (nella foto), esponente della celebre scuola di Francoforte.
Ratzinger è prefetto della congregazione per la dottrina della fede, mentre Ruini è vicario del papa. Entrambi individuano il grande nemico della Chiesa e della civiltà occidentale nell’”uomo naturalistico”, l’uomo che si concepisce come parte della natura e si affida in tutto all’onnipotenza scientifica, dal nascere al generare al morire. Entrambi vogliono rispondere a questa sfida capitale sposando volutamente “fides et ratio”, fede e pensiero laico.
Tra un Ratzinger e un Habermas, naturalmente, le distanze restano intatte. Habermas si definisce ed è “ateo metodico”. Ma a leggere il suo ultimo saggio uscito in Italia, “Tempo di passaggi”, stampato da Feltrinelli e in libreria da metà novembre, è il cristianesimo, e non altro, il fondamento ultimo di libertà, coscienza, diritti dell’uomo e democrazia, i capisaldi della civiltà occidentale:
“A tutt’oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne”.
Habermas si dice “incantato dalla serietà e coerenza” della teologia di san Tommaso d’Aquino, tutto l’opposto del pensiero debole che pervade anche l’attuale teologia:
“Tommaso rappresenta una figura dello spirito che è stata autonomamente in grado di provare la propria autenticità. Che nei vortici della religiosità contemporanea manchi oggi un terreno altrettanto solido mi sembra una verità incontrovertibile. Nel generale livellamento della società dei media tutto sembra perdere di serietà, persino lo stesso cristianesimo istituzionalizzato. Ma la teologia perderebbe la sua identità se cercasse da sganciarsi dal nucleo dogmatico della religione, dunque dal linguaggio religioso in cui si concretizzano le pratiche comunitarie di preghiera, confessione e fede”.
Circa il rapporto con le altre civiltà, Habermas sostiene che “prendere più chiaramente coscienza delle nostre radici giudaico-cristiane non solo non è di ostacolo all’intesa interculturale, ma è ciò che la rende possibile”.
Contesta la moderna “soggettività scatenata”, destinata inesorabilmente a “scontrarsi contro ciò che è veramente assoluto, ossia contro l’incondizionato diritto di ogni creatura a essere rispettata nella sua fisicità e riconosciuta nella sua alterità, come ‘immagine di Dio’”.
A commento del “Non avrai altro Dio fuori che me” scrive:
“Da un punto di vista filosofico, il primo comandamento esprime quella ‘spinta in avanti’ sul piano cognitivo che regalò all’uomo la libertà della riflessione, la forza per staccarsi dalla vacillante immediatezza, per emanciparsi dalla catena delle generazioni e dall’arbitrio delle potenze mitiche”.
Sul rapporto tra teologia e filosofia osserva:
“Non mi risento affatto quando vengo accusato di ereditare dei concetti teologici. Sono convinto che il discorso religioso contenga in sé potenziali che non sono stati ancora sufficientemente sfruttati dalla filosofia, in quanto non sono stati ancora tradotti nel linguaggio di ragioni pubbliche, presuntivamente capaci di persuadere chiunque. Naturalmente non parlo del progetto neopagano di chi vuole ‘lavorare sul mito’. Oggi, nell’ambito della critica postmoderna contro la ragione, queste figure concettuali neopagane sono tornate di moda: un piatto antiplatonismo oggi spensieratamente diffuso da mode ispirate al tardo Heidegger e al tardo Wittgenstein, nel senso di un ripudio definitivo dell’universalismo caratterizzante le pretese di validità incondizionate. Contro questa tendenza regressiva del pensiero postmetafisico mi ribello”.
Mette in guardia sulle conseguenze antiumane di un relativismo senza teologia:
“Il problema di come dare salvezza a chi soffre ingiustamente è forse il motivo più importante che tiene in movimento il discorso su Dio. Se tutti i paradigmi delle visioni del mondo si equivalessero, se l’indifferenza oggi perversamente diffusa togliesse al sì/no di ogni decisione del soggetto quella serietà che è propria di ogni pretesa universale di validità, allora dovrebbe necessariamente svanire quella dimensione normativa che serve a identificare, vivendoli come privazioni, i tratti di vita sfortunata, deformata, indegna dell’uomo”.
E sull’apporto della filosofia al confronto tra la Chiesa e le altre religioni dice:
“Nella disputa dialogica tra visioni religiose concorrenti c’è bisogno di quella ‘cultura del riconoscimento’ che trae i suoi principi dal mondo secolarizzato dell’universalismo della ragione e del diritto. In questa questione è dunque lo spirito filosofico quello che fornisce i concetti utili al rischiaramento politico della teologia. Ma la filosofia politica che è capace di questa prestazione tiene impressa in sé l’idea dell’Alleanza non meno dell’idea della Polis. Dunque anche questa filosofia si richiama a un’eredità biblica”.
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Il cardinale Ratzinger si è richiamato a Habermas nel corso di un pubblico colloquio a due su “Storia, politica e religione” con un intellettuale anch’esso laico, Ernesto Galli Della Loggia, professore all’università di Perugia ed editorialista del “Corriere della Sera”. E il loro dialogare ha spaziato lungo due millenni di storia.
Ma era storia vivente anche lo straordinario salone nel quale i due parlavano: nel Palazzo Colonna al centro di Roma, già dimora di Giuliano Della Rovere che col nome romano-imperiale di Giulio II fu il pontefice della valorizzazione dell’arte e della cultura antica, di Michelangelo, dell’incontro tra la Chiesa e l’umanesimo rinascimentale.
Ratzinger parlava circondato da statue greche e romane. Sul suo capo un affresco grandioso raffigurava la battaglia di Lepanto del 1571, combattuta e vinta contro gli ottomani con la protezione della Madonna del Rosario che da lì ebbe dedicata una festa.
Prima della politica e dei suoi interessi, nell’agenda di Ratzinger, Ruini e più su di Giovanni Paolo II, c’è l’urgenza di una grande battaglia sull’uomo e per l’uomo. Assieme a tutti gli uomini di buona volontà.
E ben vengano i filosofi e le sibille al fianco di Gesù e degli apostoli. Anche questa è tradizione antica della lettura cristiana della storia. Basta aprire il “De Civitate Dei” di sant’Agostino.
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Qui di seguito, il punto di vista di un intellettuale cattolico che non condivide l’allarmismo per l’aggressione laicista e critica come dannosa alla stessa Chiesa l’apologia del cristianesimo fatta dagli “atei devoti”:
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