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E la donna diventa "macchina della nascita"
di P. L. Fornari


Inquietudini rimosse? Quantomeno dimenticate. Questa la sorte delle forti riserve di buona parte del femminismo radicale nei confronti della medicalizzazione della fecondità. È l’impressione che fornisce l’attuale dibattito sulla procreazione artificiale in occasione del referendum. Censurate allo stesso modo le preoccupazioni sugli eccessi dell’ingegneria genetica, che minacciano la rottura con le origini biologiche, una sorta di "eclissi della madre" come recita il titolo di un libro. È la solidarietà tra donne a mettere la censura a un confronto che pure è imposto dalle sfide della postmodernità? Purtroppo la causa non è questa. Un residuo archeologico del Sessantotto sembra inibire una riflessione seria nel mondo delle donne di sinistra: il vecchio dogma "vietato vietare".
Si coltiva ancora – per usare delle considerazioni dell’antropologo René Girard – "la vecchia illusione romantica e libertaria di un desiderio necessariamente buono, pacifico, liberatorio, che procurerebbe infallibilmente agli esseri umani la felicità se non ci fosse, a ostacolarlo, una cospirazione universale delle persone che contano, unicamente preoccupate di perpetuare la tradizione repressiva dell’Occidente ebraico-cristiano". Tutto ciò senza accorgersi che nel giro degli ultimi decenni le potenzialità delle biotecnologie hanno subìto una forte accelerazione. E quindi che la sfida antropologica attraversa in modo formidabile anche il movimento delle donne. Non accettare ciò significherà subire l’egemonia della teoria dell’utero artificiale, che di fatto rappresenta "una soluzione finale" del problema femminile. Una tesi ricomparsa di recente con grande virulenza nelle posizioni di una femminista Usa, Donnna J. Haraway. "Le nuove identità complesse e post-umane che emergono alla fine del secondo millennio cristiano sono transessuali, transgeniche, transuraniche", recita la presentazione del suo ultimo libro, che prosegue il cammino iniziato con il Manifesto del femminismo cyborg del 1998. "Cyborg" è un organismo composto di carne e biotecnologie, per una parte biologico per l’altra meccanico ed elettronico. Quindi qualcosa di molto più allarmante della "eclissi della madre". Il motto femminista "l’utero è mio" viene completamente rovesciato nella "ectogenesi", un sorta di utero di Stato al quale viene delegata la gestazione dei figli. O peggio, potrebbe tradursi nella fine della "riproduzione" a vantaggio della "rigenerazione", come "per le salamadre, dopo una ferita, come la mutilazione di un arto, c’è una rigenerazione che comporta la ricrescita di una struttura e il recupero di una funzione, con la possibilità costante di una gemellazione" (Manifesto del femminismo cyborg).

Ben vengano dunque i cloni per il ricambio degli organi: in attesa che la tecnica faccia il suo corso ciò potrebbe trasformarsi in un vero e proprio traffico. La speranza è di raggiungere con le proprie mani un’immortalità che non può che essere a danno dei poveri e dei non nati. Insomma il cannibalismo generazionale, lamentato da alcuni sociologi progressisti, passerebbe dalla metafora alla realtà. Non è un caso, peraltro, che tanto la Haraway quanto Rosi Braidotti, autrice di "Madri, mostri e macchine", si rifanno al pensiero decostruttivista di Derrida e a Nietzsche. È ora di rendersi conto che il movimento femminista rischia di essere egemonizzato da queste correnti che vanno molto al di là anche del progetto elaborato all’inizio degli anni 70 da Shulamit Firestone ("La dialettica dei sessi"), e prima da Simone de Beauvoir, cioè la liberazione della donna dalla riproduzione grazie al progetto dell’utero artificiale.

Sembra dunque archiviata, o quanto meno messo in secondo piano quel pensiero della differenza che a partire dagli anni ’80 aveva messo in guardia sui rischi della fecondazione assistita: una sorta di "olocausto" per le donne. Lo sostenne nel 1985 il libro di Jalna Hanmer e Pat Allen: "Ingegneria della riproduzione: la soluzione finale". "Noi donne – sosteneva poi la psicologa Robyn Rowland – abbiamo una responsabilità non tanto verso le donne che vogliono figli e che sono sterili, ma verso le generazioni di donne che saranno i risultati dell’uso di queste nuove tecnologie". Il movimento femminista, dunque, puntava il dito contro una sorta di "congiura maschile" (concretamente portata a effetto dai medici) volta a conquistare il controllo della procreazione e privare le donne di ogni loro ruolo. Il mondo femminile, dunque, ridotto a "carne da riproduzione" intercambiabile con "la macchina della nascita" (The mother machine di Gena Corea 1985). Queste posizioni erano rafforzate dall’ecofemminismo (Carolyn Merchant, La morte della natura, 1988), che espresse un rifiuto netto delle biotecnologie.
Ci sarebbero dunque le premesse per avviare oggi una riflessione di ampio respiro sulle vere strategie di emancipazione della donna e sui rischi della deriva cyborg. Ma a parte le voci cattoliche del mondo femminile, riflessioni serie su tali pericoli sono rimaste prevalentemente in sordina. Luisa Muraro in un articolo comparso sul Corriere della Sera il 18 febbraio scorso ("Non confondiamo femministe e radicali") ha sostenuto che è rimasto fuori dal quadro presentato dai media "il fatto che alcune femministe si sono espresse contro il ricorso allo strumento referendario per cambiare o migliorare l’attuale legge sulla procreazione assistita".
Eppure bisogno di parlare a voce alta ci sarebbe. Nel 1999, prima dunque che entrasse in vigore la legge 40, la psicanalista Lorena Preta – pur strizzando l’occhio al femminismo cyborg e auspicando "nuove geometrie della mente", nel libro omonimo di Laterza – riconosceva che "sono sempre più frequenti i casi di persone in trattamento analitico che presentano esperienza diretta di qualche applicazione biotecnologica, come inseminazione artificiale o trapianti di organi, e spesso in aggiunta vivono queste esperienze all’interno di nuove formazioni familiari, come quelle di coppie omosessuali".

Dunque sono questi i rischi insiti nella applicazione delle biotecnologie. Affermare che sia la legge 40 a introdurli è pura ideologia. Se passassero il secondo e il terzo quesito la procreazione artificiale diventerebbe l’alternativa moderna alla fecondazione umana. E in questo modo la donna sempre più diventerebbe un contenitore, "la macchina della nascita". Sarebbe quindi un suicidio per il femminismo più riflessivo non accettare la sfida di un confronto costruttivo – anche se dialettico – sui rischi di uno sviluppo indiscriminato della genetica.
L’alternativa è un riflusso nell’ideologia, nel vecchio gioco dello scaricabarile che in questo caso consiste nell’assumere come "capro espiatorio" di tutti i pericoli della postmodernità coloro che ritengono che la dignità umana sia un patrimonio indisponibile.
Che cosa resterà alle donne se la deriva cyborg prenderà piede? Sarà veramente la "soluzione finale" per la differenza sessuale. Spesso i peggiori pericoli vengono dai falsi amici. Come l’antropologia antagonista che continua a ostacolare l’esaltazione del vero ruolo della donna. Per non parlare del radicalismo libertario. O peggio del business che specula sulle biotecnologie. Ai danni delle donne.

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