La
sfida al femminismo nell'era delle biotecnologie
Pubblichiamo l’intervento integrale di Eleonora Cirant (Libera
Università delle Donne, Milano) al convegno “Nuovi
femminismi e nuove ricerche”, tenutosi lo scorso 19 marzo
presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma PMA
Il generare attraverso la tecnologia: riuscire a darsi regole socialmente
condivise su questo tema di portata epocale, è una sfida
che l’approvazione legge della legge 40/04 sulla fecondazione
assistita ha posto in modo netto, a donne e uomini. Se il numero
di firme raccolte per il referendum abrogativo dimostra una certa
sensibilità rispetto al problema all’inadeguatezza
della legge in vigore, la costruzione della proposta alternativa
è ben piùcomplessa. Il tema comprende e supera la
necessità di legiferare in materia. In questo caso più
che mai, ragionare di ciò che non vogliamo per immaginare
ciò che vorremmo implica l’analisi di molteplici rapporti:
quello tra etica e legge, tra il desiderio e il suo limite, tra
il limite e la patologia, tra donne e uomini, tra le diverse identità
che danno sostanza a ciascun soggetto, tra libertà –
scientifica, individuale - e potere economico, tra corpo e macchina.
Oltre a porre brutalmente la questione del futuro, la 40/04 riporta
anche le lancette indietro nella storia. Molti dei temi caldi nel
dibattito sull’aborto sono oggi riproposti. Ancora una volta,
il soggetto femminile è posto al centro della scena pubblica
per ciò che determina la sua differenza biologica dal soggetto
maschile: il processo procreativo. L’utero artificiale è
già progetto della tecno-scienza. Eppure, oggi si nasce ancora
da corpo di donna. Significa che, ad interrogarsi sul che fare,
dovrebbe essere in modo specifico l’umano di sesso femminile?
Parlare di autodeterminazione, in merito a questo tema, è
ancora una posizione politicamente sostenibile, è efficace
dal punto di vista della comunicazione? Che significa una presa
di posizione femminista? Cosa intendiamo? Quali sono i motivi per
cui è necessaria o meno?Se il referendum sull’aborto
diventò uno dei nessi aggreganti per un movimento femminista
in piena espansione, se l’identificazione con le donne che
morivano di aborti clandestini contribuiva a rendere visibile la
politicità di quelle vicende ‘personali’, oggi
su quale base avviene la presa di coscienza rispetto ad un tema
di cui l’infertilità è solo uno degli aspetti?Le
parole hanno un sapore. Le parole, sappiamo, non sono scatole vuote
da riempire di significati. Le parole si tirano dietro e intorno
il mondo in cui sono nate, in cui sono state scambiate, usate, assaggiate
di bocca in bocca.
Le parole, come le canzoni, son la colonna sonora dei periodi della
vita: di una persona, di una collettività, di un Paese.
Le parole si collocano in un codice. Usate fuori dal proprio codice
di appartenenza, le parole sono come moneta fuori corso. Reperti
storici od oggetti di collezione, vettori della memoria, ma inutili
all’uso corrente.
Cinque anni fa avevo 27 anni. Non avevo alcuna esperienza politica
né pratica femminista.
Nessuna parola/definizione/categoria esprimeva adeguatamente il
mio desiderio di politica, di una politica che attraversasse il
mio essere donna e ne fose attraversata. In quel periodo, mi trovai
a partecipare ad una riunione del gruppo milanese della marcia mondiale
delle donne. Si trattava di una riunione in preparazione di un’iniziativa
sull’8 marzo e si stava ragionando sul volantino da distribuire.
Ecco che si proponeva un testo sull’autodeterminazione della
donna. Allora dissi la mia opinione di ventisettenne digiuna di
femminismo. Digiuna di pratica, ma non del tutto ignorante di teoria,
date che avevo fatto la tesi di laurea sul femminismo e avevo frequentato
la scuola estiva di Pontignano della SIS (avevo incontrato lì
Annarita Buttafuoco, che poi mi portò all’Unione femminile
di Milano, dove tutt’ra lavoro). Ventisettenne desiderosa,
che dico, bramosa di far politica con altre donne, eppure non avrei
mai usato quella parola – autodeterminazione – in un
volantino. La liquidai, allora, con un gesto anche troppo frettoloso,
etichettandola come “anacronistica”. Aveva su di me
l’effetto di una musica di anni addietro, di una foto in bianco
e nero.
Sono trascorsi degli anni, nei quali il femminismo e la pratica
politica che con questo nome definisco – forse più
per convenzione più che per convinzione – è
diventata la mia passione. Il gruppo sconvegno, con cui da poco
si è consumata la frattura, altri gruppi, letture, incontri,
convegni, studio, dibattiti eccetera, sono stati i canali con cui
ho appreso il codice in cui la parola autodeterminazione acquista
il proprio significato. Ne ho compreso il senso, ne conosco la storia,
ho focalizzato su quale piano si colloca. Tuttavia, forse, sarei
ancora dell’idea di non usarla nel titolo di un volantino.
Esistono parole-ponte e parole-territorio. Le parole-territorio
puoi usarle solo con chi abita, appunto, il tuo stesso luogo simbolico.
Con la straniera, non ci si intende. Le parole-territorio nutrono
l’appartenenza, le parole-territorio sono come le abitudini:
ci servono a vivere bene con noi stesse e con ci è accanto
quotidianamente. Ma quando viaggi o quando incontri la straniera
(fuori e dentro il tuo Paese), spogliatene, osservale con un certo
distacco, sappi che sono le tue abitudini, non le sue.
Le parole territorio sono come gli “usi e costumi”.
Devono essere descritti, spiegati, interpretati a chi non li conosce
perché non li vive.
Autodeterminazione è una ‘parola-territorio’,
come lo è ‘femminismo’. Bisogna apprenderla,
poiché non ci siamo cresciute dentro, dobbiamo apprenderla
per farne materia del nostro pensiero e della nostra parola.
Stacco, per riprendere questa premessa in conclusione. Stacco e
faccio un balzo per approdare al tema del mio intervento. L’occasione
mi è data da un recente dibattito, molto acceso e conflittuale,
che ha avuto l’autodeterminazione al centro di un’articolazione
di interventi e problematiche che affondano nella storia e si agganciano
al presente. Parto da qui perché in questa occasione si sono
più o meno volontariamente intrecciati aborto e procreazione
assistita. Tale dibattito è stato avviato nel mese di febbraio
di quest’anno, a partire dal saggio di Anna Bravo, Noi e la
violenza. Credo che l’abbiamo tutte presente. Come sappiamo,
uno degli argomenti contestati è quello in cui l’autrice,
nell’analizzare il rapporto con la violenza, segnala la mancata
elaborazione da parte delle donne attive nel movimento femminista
sulla violenza insista nell’aborto e portando l’attenzione
sul “dolore del feto”.
Proprio in quei giorni stavo scrivendo il capitolo avente per tema
il referendum sull’embrione. Avevo appena ripercorso le vicende
storiche che hanno reso possibile pensare, nominare e descrivere
il concetto di feto come realtà separata dalla madre. Rimando
ai saggi di Nadia Filippini, la cui ricostruzione storiografica
colloca la prima apparizione del feto come cittadino nel Settecento,
in un processo contestuale alla formazione degli stati-nazione.
Avevo appena letto la ricostruzione fatta da Franca Pizzini e Lia
Lombardi sui processi di medicalizzazione del parto e della nascita,
nel quale l’entità “feto” acquista sempre
maggiore evidenza. Avevo appena letto il folgorante libro di Barbara
Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, che mostra come
nel passaggio dal sapere tattile al sapere fondato sulla visione
si rende reale il “feto pubblico” e come questo passaggio
avvenga intrecciandosi a quello di competenza e di sapere –
dunque, di potere – dalla donna stessa al medico che ne osserva
l’interno gravido.
Stavo anche leggendo i documenti degli anni Settanta – ne
cito uno per tutti: il Sottosopra rosso del ’76, che riporta
il dibattito al circolo De Amicis di Milano – in cui le femministe
parlavano di corpo, di sessualità e anche di aborto. Qui
sono anche riportati i documenti diffusi da vari gruppi in seguito
alla manifestazione promossa dal Partito radicale per la legalizzazione
dell’aborto. In uno di questi leggiamo :
“Se si è d’accordo che questa riforma giuridica
allevia le sofferenze delle donne, non si può togliere la
propria solidarietà al partito radicale. Ciò significa
aderire anche alle manifestazioni. La consapevolezza derivante dalla
pratica femminista che l’aborto è nonostante tutto
un attacco violento al nostro corpo aiuta, se mai, a mettere in
evidenza i limiti e la contraddittorietà della nostra adesione”
E ancora
“per quello che riguarda il ruolo, quello di moglie mi ha
fatto subito vivere il rapporto sessuale come cosa obbligata, rituale,
in cui ormai ero dentro, e non potevo più farci niente. Poi
sono rimasta incinta e non ho abortito. Anche se avevo avuto il
figlio, ho vissuto anche il rifiuto della maternità. Per
quanto riguarda la penetrazione è stata vissuta da me come
un fatto estremamente violento, come un servizio reso all’uomo
che aveva, poverino, le sue esigenze fisiologiche che io non sentivo
perché non avevo nessun coinvolgimento, così poi lui
se ne stava tranquillo.”
Ecco un esempio di quello che emergeva dai colloqui con le donne
che frequentavano un centro in provincia di Milano, dove, a partire
da una campagna per la prevenzione del tumore al collo dell’utero,
si era stabilizzata l’attività di un consultorio autogestito
(il libro è Maternità cosciente):
“I tabù sessuali erano evidenti. Alla domanda ‘a
quanti anni hai avuto il primo rapporto sessuale?’ le nubili
arrossivano visibilmente imbarazzate, specie se avevano una certa
età, o reagivano quasi fosse assurdo aver perso la verginità
non avendo marito.
Alla domanda ‘prendi la pillola o usi altri metodi anticoncezionali?’,
rispondevano di no con un tono di disapprovazione, quasi scandalizzate.
Molte aggiungevano che ‘la pillola fa male’, altre che
‘il marito non vuole’. Per non avere figli quasi tutte
ricorrevano al metodo antico come il mondo: ‘il marito sta
attento…’, dicevano. Così è facile restare
incinte, e ricorrono all’aborto come al solo modo per evitare
figli dopo il terzo, il quinto, il nono, il tredicesimo” (Badaracco,
Dambrosio, Buscaglia, 1976, p. 99).
Negli stessi giorni, navigavo in internet sfogliando pagine e pagine
dei siti ultracattolici: quello del movimento per la vita, del forum
delle famiglie; quello di Avvenire è il più tosto,
andate a visitarlo, per conoscenza: www.fattisentire,net.
I termini usati sono da vera e propria crociata, del tipo: la cultura
della vita contro la cultura della morte. Le donne assassine che
prima abortivano, ora sono le stesse che pur di soddisfare il proprio
desiderio danno vita ad embrioni che poi saranno abbandonati alla
deriva della manipolazione tecnoscientifica.
Quell’articolo sul “Repubblica” con l’intervista
ad Anna Bravo fu, dunque, un pugno nello stomaco. Ancora prima che
la questione di merito, a farmi stupire (e arrabbiare) era l’operazione
di porre in primo piano questo argomento a due passi da un referendum
in cui le fila dei sostenitori dell’embrione e delle donne
assassine sono serratissime, in cui lo spazio per proporre il nostro
modo di vedere è minimo, residuale.
Per età anagrafica, è ovvio, non ho partecipato al
movimento femminista. Come dicevo, sono tuttavia consapevole di
quel processo - complesso e non privo di contraddizioni - grazie
al quale il movimento politico delle donne ha potuto parlare di
autodeterminazione. Personalmente, fin da ragazzina mi ero già
fatta un’idea sulla questione dell’aborto (ricordo una
discussione in prima superiore con una compagna di classe fervente
cattolica e convinta anti-abortista). Le letture sono arrivate solo
molto dopo. Non ritrovo nella memoria il primo momento in cui ho
percepito come inaccettabile che una donna dovesse morire a causa
di una gravidanza non voluta e sono sempre stata consapevole del
dolore profondo che vive una donna quando abortisce, pur non avendolo
mai fatto di persona. Il dolore della donna mi è presente
quasi istintivamente. Quello del feto faccio fatica ad immaginarlo
pur concentrandomi con tutte le mie forze. Eppure, io sono donna
tanto quanto sono stata feto.
Mi ha lasciato di stucco non solo il momento e l’occasione,
per il quale si offriva il fianco a strumentalizzazioni che sono
poi puntualmente arrivate, ma anche la de-contestualizzazione delle
prese di posizione politica di allora sul tema dell’aborto.
Cerco di riallacciare i fili che ora si sono un poco sparpagliati.
I due brani – il primo del Sottosopra e quello sui consultori
– sono credo significativi quanto al contesto in cui presero
vita le lotte per l’aborto; in questo contesto era rilevante
la mancanza di controllo e di potere da parte femminile sulla funzione
riproduttiva e sulla propria sessualità; il ricorso all’aborto
come strumento per il controllo delle nascite, in mancanza di metodi
e conoscenze per la prevenzione della gravidanza .
In questo contesto, cosa significava l’autodeterminazione?
(cito Anna Rossi-Doria che interviene in questo dibattito):
“il principio dell’autodeterminazione della donna nella
scelta della maternità assumeva nel femminismo degli anni
Settanta, in Italia come negli altri paesi dove allora si andava
affermando […] e dove è oggi del pari minacciato, un
valore centrale di catalizzatore e di sintesi, analogamente a quello
che era avvenuto per il diritto di voto nei femminismi dell’Ottocento.
La centralità di questo principio derivava dal suo duplice
significato: sul piano personale, la libertà delle donne
fondata sul pieno possesso della propria persona […], e la
rottura di una lunga tradizione di controllo sul corpo femminile,
finalizzato alle esigenze della famiglia patrilineare e patriarcale,
esercitato prima dalla Chiesa, poi dalla scienza medica e dallo
Stato; sul piano collettivo, una radicale trasformazione dei rapporti
tra sfera pubblica e sfera privata (resa visibile dalle grandi manifestazioni
di piazza sulla più segreta esperienza femminile: semmai
i contrati nacquero dal contrasto tra la gioia delle prime e il
dolore della seconda) e quindi dei rapporti tra donne e uomini in
entrambe le sfere” (“La Repubblica”, 8 febbraio
2005).
Oggi, a trent’anni di distanza, nel trovarci di nuovo a parlare
di procreazione, ancora di fronte ad un referendum, scriviamo e
diciamo che il principio di autodeterminazione è minacciato.
La stessa frittata, rivoltata. La scelta di ricorrere ad un intervento
esterno per interrompere il processo di formazione del feto nel
proprio grembo è speculare alla scelta di ricorrere all’intervento
esterno per favorire quello stesso processo che spontaneamente non
si innesca. Nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza
(IVG), si interrompe un processo che non si può o non si
desidera accogliere in sé, pur essendo presenti le condizioni
fisiologiche (il corpo è gravido, si è rimaste incinte).
Nel caso della procreazione artificiale, si innesca forzatamente
un processo che si vuole e si desidera accogliere in sé pur
non essendoci le condizioni fisiologiche (non si riesce a rimanere
incinte). In entrambi i casi, la donna interviene forzando le proprie
funzioni riproduttive e per ottenere questo scopo ricorre alla figura
del medico e all’utilizzo della tecnologia.
Oggi abbiamo gli strumenti per prevenire una gravidanza indesiderata
e per ottenere una gravidanza che spontaneamente non si verifica.
Credo di poter dire che la maggioranza delle donne giovani italiane
ha possibilità di scegliere il momento della maternità,
di non subirla.
Così, l’elemento del desiderio e della scelta dallo
sfondo balza in primo piano. Anche allora – mi pare di rilevare
dalla lettura dei documenti – anche allora desiderio di maternità,
scelta, rapporto con se stesse e con l’uomo era oggetto di
analisi e discussione, ma più urgente era la necessità
di affermare che la possibilità della donna di scegliere
che fare del proprio corpo era una questione pubblica e non privata.
L’autodeterminazione, appunto.
Oggi? Il clima politico è tutt’altro che laico e progressista..
La mercificazione dei corpi e dei desideri procede a ritmo serrato.
La tecnologia amplifica e moltiplica la complessità.
Abbiamo almeno due urgenze politiche. Affermare il principio che
la donna deve poter decidere e scegliere per ciò che riguarda
il proprio corpo e il proprio desiderio di maternità, dunque
contrastare la legge 40 che voncola l’accesso alle tecniche
ad una serie di norme che prescindono dalla scelta femminile. Questa
prima urganza è, ieri come allora, accelerata e imposta dal
referendum proposto dai radicali.
Ma questa urgenza si scontra con i i tempi lunghi, lenti, dell’elaborazione
soggettiva del desiderio. Il desiderio, in sé, non è
nè conservatore né innovatore.
Nel desiderio di maternità noi donne troviamo ancora nodi
e grovigli da districare. Oggi più che mai esso è
in primo piano, in quanto la possibilità di scegliere ne
amplifica il potere, i mezzi tecnici ne moltiplicano le possibilità
di attuazione, il brodo di cultura della società mercantile
ne fa strumento di profitto.
Abbiamo sempre più strumenti e sempre meno occasioni per
chiederci e per capire come usarli. Abbiamo molti strumenti per
fare e troppa poca attenzione per chiederci perché e come
fare.
Chiederci perché e come fare. Chiederci non che cosa faccia
la tecnica, ma come interviene nel rapporto che stabiliamo con noi
stesse, con le molteplici facce che compongono la soggettività
di ciascuna. Come interviene la tecnica nel puntellare un modello
sociale o nel favorire il suo scardinamento. Questo è evidente
nella tecnica di fecondazione artificiale che va sotto il nome di
“fecondazione eterologa”, che può favorire sia
il modello patriarcale di relazione tra i generi, sia il suo rafforzamento
in senso razziale. Ad esempio, questa tecnica può favorire
la procreazione nei nuclei familiari omosessuali, in particolare
nelle coppie lesbiche. Ma vi cito il caso di una donna nera sposata
ad un uomo bianco, la quale, pur non essendo infertile, ha fatto
la fecondazione eterologa utilizzando l’ovocita di una donna
bianca, in seminato con il seme del marito e successivamente trasferito
nel proprio utero. Tutto ciò per il timore che il figlio,
nascendo di pelle scura, incorresse nel rischio della stigmatizzazione
sociale [e, aggiungono dal pubblico, per assicurare la discendenza
bianca] .
Questa tecnica, separando i gameti dal corpo in cui si formano evidenzia
e rivela le strutture simboliche della genitorialità, ma
anche l’ideologia sottostante alle nostre relazioni, compresa
quella tra i generi. Il femminismo come pratica di trasformazione
di queste relazioni trova nello svelamento di questa ideologia un
terreno d’azione.
A questo scopo, il principio di autodeterminazione è opportuno,
ma inadatto.
Dobbiamo ampliarlo, o inventarci qualcos’altro.
E’ opportuno perché dice che “io sono mia”,
che nessuno deve poter decidere della gravidanza che avviene per
mia scelta, nel mio corpo, per la mia volontà.
L’altro essere che vive in me, dipende da me.
Il dibattito sui referendum, tutto centrato sulla questione se l’embrione
sia o meno persona cancella la peculiare realtà della gravidanza
di essere due in una. Questa tipica e peculiare relazione è
– appunto – cancellata e con essa la centralità
del soggetto femminile, con i suoi desideri, le sue scelte, la sua
responsabilità: ridotto a corpo, a contenitore, a funzione
riproduttiva. Da questo punto di vista, il principio di autodeterminazione
è ancora attuale. Affermarlo significa dire, per usare lo
slogan di a/matrix “viene prima la gallina dell’uovo”.
Ma parlare di autodeterminazione è fallimentare quanto a
strategia comunicativa, in quanto parola-territorio e non parola-ponte.
Non comunica i significati che per storia le appartengono se non
a chi è già iniziato.
Inoltre, l’autodeterminazione non dice nulla sul potere che
passa attraverso/nel corpo, attraverso/nel desiderio. Il riferimento
teorico è qui alla categoria di biopotere (altra parola-territorio).
Esplorare il mondo della procreatica, - cioè l’insieme
di tecniche che si sviluppano attraverso lo studio dei processi
di sviluppo embrionale: tecniche di fecondazione artificiale, trasferimento
del nucleo, scissione dell’embrione, clonazione e utilizzo
delle cellule staminali per la ricostruzione dei tessuti –
offre molte occasioni per vedere in atto quel che chiamiamo biopotere.
Ad esempio. Si vende sperma in internet, pubblicizzandolo così:
per avere un figlio bello aitante e intelligente, comprate il seme
di quest’uomo bello aitante e intelligente. Per avere una
figlia con il corpo di Naomi Campbell, comparte il suo ovocita,
fatelo fecondare (meglio se con l’uomo di cui sopra) e impiantatelo
nel vostro utero. Questa strategia di marketing - in uso negli Stauti
uniti (che triste Paese) – si fonda sul presupposto che l’individuo
è riducibile al proprio programma genetico. Lo stesso presupposto
è a fondamento della propaganda dell’embrione-persona.
Leggiamo nel volantino distribuito da Don Roberto in occasione di
un dibattito in un liceo, cui ho avuto occasione di partecipare.
Si dice, dell’embrione,
che è “architetto di sé stesso, nel senso che
per svilupparsi utilizza informazioni, materiale e progetti che
contiene in se stesso, mentre riceve dalla donna che lo ospita solo
l’ambiente e l’energia necessari per portare a termine
il suo sviluppo” [corsivo mio]. In un punto successivo leggiamo
che “il processo già avviato con la fecondazione prosegue
gradualmente senza mai interrompersi; l’interruzione del processo
provocherebbe la morte dell’embrione”. Che il genotipo
rimanga sempre uguale è l’argomento che fonda scientificamente
l’identità dell’embrione.
Lo stesso presupposto è alla base dell’impresa scientifica
di mappatura del DNA. Lo stesso presupposto è alla base dell’impresa
economica di mappattura del DNA. Ricordiamo che in Europa non si
trova un accordo sulla liceità della clonazione, ma geni
e DNA sono protetti da copyright.
E’ in atto, come scrive Elena Del Grosso (biologa e femminista)
una vera e propria mistica del DNA:
“L’essenzialismo genetico che costituisce “il
dato oggettivo ” intorno al quale si costruisce tutto l ’impianto
di questa legge non è qualcosa che appartiene solamente alla
cultura cattolica ma, in sintonia con lo “spirito del tempo
”, anche ad uno schieramento molto più ampio e trasversale.
Così come la _ducia “nelle magni _che sorti e progressive
” è parte fondante dei processi di modernizzazione
del mondo occidentale altrettanto il determinismo genetico fa parte
e conforma la cultura del ventesimo secolo. La sociobiologia ne
è stata e ne è la sua espressione. È stato
ed è un paradigma che ben si è prestato a sostenere
i cartelli ideologici dominanti: quello colonialista del passato
e quello neoliberista recente. Non dimentichiamo infatti che il
progetto genoma ha le fondamenta nel mendelismo e nella teoria del
gene degli anni ‘20. Esso è stato proposto e sostenuto
dalle migliori _rme della comunità scienti _ca internazionale
che si è premunita di costruirne il consenso sulla base dei
bene _ci che prometteva di dare: prevenzione e terapia genica”
(“Fuoriluogo”, 28/01/05).
Chiediamoci quanto le donne siano spesso attrici e propagatrici
inconsapevoli dell’ideologia dell’essenzialismo genetico.
Ad esempio, nell’ansia di controllare ogni aspetto e ogni
particolare dello stato di gravidanza uno degli stati che più
raccoglie e dispiega il mistero della vita . In Italia si fanno
molte più amniocentesi di quante sarebbero necessarie. E’
utile, ogni tanto, cambiare gli occhiali con cui guardiamo. Osservarci
attraverso lo sguardo dell’altra sposta il nostro. Un confronto
con il modo delle donne straniere ci offre la possibilità
di vedere come è possibile vivere la gravidanza in modo diverso,
con meno ansia di controllo, in modo meno mediato dalla razionalità,
più spontaneo. Questa affermazione, mi è stato fatto
notare, potrebbe contenere il giudizio che le donne straniere vivono
la gravidanza in modo più “naturale”. Non vorrei
essere fraintesa.
Si dice che le donne facciano figli perché “è
naturale”. Sono convinta che questa semplice affermazione
contenga tanti pregiudizi, sui quali si fondano discorsi, prese
di posizione, leggi. La prima operazione mentale che si fa nell’indicare
la procreazione come evento naturale è di collocarla fuori
dalla cultura. Ma, se osserviamo come ogni esperienza umana sia
caratterizzata dalla con-presenza natura e cultura, possiamo spiegare
perché è riduttivo dire che un avere figlio è
“naturale”, almeno fino a quando non si specifichi che
cosa si intenda per “natura”. Dunque, il procreare in
tutte le sue fasi è un’esperienza “umana”
in cui natura e cultura sono due aspetti per nominare la stessa
sostanza .
Citando l’antropologa Mila Busoni
“se è incontestabile che le donne abbiano un apparato
riproduttivo che le mette in grado di concepire e partorire, altrettanto
che gli uomini invece non l’abbiano, il mettere al mondo figli
è qualcosa di diverso da un evento puramente naturale. La
procreazione è un evento sociale e lo dimostra il fatto che,
come tutto ciò che è sociale, è suscettibile
di variazioni, di modifiche, di interruzioni – in una parola,
di controllo”. (2001, p. 32)
Sottoporre a critica l’uso della categorie di ‘naturale’
è importante per rispondere criticamente a chi giustifica
il divieto alla PMA sostenendo che “non è naturale”.
Obiettiamo e spieghiamo che né la procreazione, né
la gravidanza, né il parto sono mai stati eventi “naturali”
nel senso di “puramente fisici”, “scontati”
e “immodificabili”, perché sempre mediati da
significati simbolici e da pratiche culturali storicamente determinate.
Dunque, tornando alle donne straniere: il loro modo di vivere il
parto non è più naturale, ma culturalmente diverso
dal nostro. Anche loro sono condizionate dai modelli culturali,
ma, appunto, i modelli sono altri e le portano ad interagire vivere
le esperienze in modo diverso, dunque anche ad una diversa interazione
con l’elemento tecnologico. Faccio un esempio per spiegarmi.
Le cinesi hanno bisogno dell’ecografia per sapere se il nascituro
sarà maschio o femmina. Per loro è molto importante
saperlo perché, è noto, nascere femmina è una
“disgrazia” nella cultura cinese (prendete con le pinzette
quest’affermazione, data la fluidità dei modelli e
la velocità dei loro cambiamenti). Le donne cinesi usano
l’ecografia con fine del tutto diverso da quello delle italiane.
Credo che il potenziale di trasformazione insito nell’incontro
con l’altra non sia nel ricostruire immediatamente una scala
di valori (il tuo metodo/modo è meglio del mio, dunque lo
adotto – o viceversa), ma lo svelamento dei reciproci condizionamenti,
al fine della loro modifica.
Se i nostri desideri – anche quello procreativi – sono
tramite e veicolo di controllo, urgenza politica è non solo
affermare la libertà di accesso alle tecniche, ma –
ben più complesso – liberare il nostro stesso desiderio,
comprenderlo in relazione al suo limite e alle sue condizioni di
realizzazione. Questa è – in relazione alle tecniche
di fecondazione artificiale, la sfida che il femminismo deve raccogliere
per poter trasformare l’esistente.
A ben vedere, neppure questa è una novità. Le tecnologie
non inventano nulla di nuovo. Rimarcano i tratti delle nostre contraddizioni
e ce le sbattono in faccia. Tutto sta nel volerle guardare.
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