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La sfida al femminismo nell'era delle biotecnologie
Pubblichiamo l’intervento integrale di Eleonora Cirant (Libera Università delle Donne, Milano) al convegno “Nuovi femminismi e nuove ricerche”, tenutosi lo scorso 19 marzo presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma PMA


Il generare attraverso la tecnologia: riuscire a darsi regole socialmente condivise su questo tema di portata epocale, è una sfida che l’approvazione legge della legge 40/04 sulla fecondazione assistita ha posto in modo netto, a donne e uomini. Se il numero di firme raccolte per il referendum abrogativo dimostra una certa sensibilità rispetto al problema all’inadeguatezza della legge in vigore, la costruzione della proposta alternativa è ben piùcomplessa. Il tema comprende e supera la necessità di legiferare in materia. In questo caso più che mai, ragionare di ciò che non vogliamo per immaginare ciò che vorremmo implica l’analisi di molteplici rapporti: quello tra etica e legge, tra il desiderio e il suo limite, tra il limite e la patologia, tra donne e uomini, tra le diverse identità che danno sostanza a ciascun soggetto, tra libertà – scientifica, individuale - e potere economico, tra corpo e macchina. Oltre a porre brutalmente la questione del futuro, la 40/04 riporta anche le lancette indietro nella storia. Molti dei temi caldi nel dibattito sull’aborto sono oggi riproposti. Ancora una volta, il soggetto femminile è posto al centro della scena pubblica per ciò che determina la sua differenza biologica dal soggetto maschile: il processo procreativo. L’utero artificiale è già progetto della tecno-scienza. Eppure, oggi si nasce ancora da corpo di donna. Significa che, ad interrogarsi sul che fare, dovrebbe essere in modo specifico l’umano di sesso femminile? Parlare di autodeterminazione, in merito a questo tema, è ancora una posizione politicamente sostenibile, è efficace dal punto di vista della comunicazione? Che significa una presa di posizione femminista? Cosa intendiamo? Quali sono i motivi per cui è necessaria o meno?Se il referendum sull’aborto diventò uno dei nessi aggreganti per un movimento femminista in piena espansione, se l’identificazione con le donne che morivano di aborti clandestini contribuiva a rendere visibile la politicità di quelle vicende ‘personali’, oggi su quale base avviene la presa di coscienza rispetto ad un tema di cui l’infertilità è solo uno degli aspetti?Le parole hanno un sapore. Le parole, sappiamo, non sono scatole vuote da riempire di significati. Le parole si tirano dietro e intorno il mondo in cui sono nate, in cui sono state scambiate, usate, assaggiate di bocca in bocca.

Le parole, come le canzoni, son la colonna sonora dei periodi della vita: di una persona, di una collettività, di un Paese.
Le parole si collocano in un codice. Usate fuori dal proprio codice di appartenenza, le parole sono come moneta fuori corso. Reperti storici od oggetti di collezione, vettori della memoria, ma inutili all’uso corrente.
Cinque anni fa avevo 27 anni. Non avevo alcuna esperienza politica né pratica femminista.
Nessuna parola/definizione/categoria esprimeva adeguatamente il mio desiderio di politica, di una politica che attraversasse il mio essere donna e ne fose attraversata. In quel periodo, mi trovai a partecipare ad una riunione del gruppo milanese della marcia mondiale delle donne. Si trattava di una riunione in preparazione di un’iniziativa sull’8 marzo e si stava ragionando sul volantino da distribuire. Ecco che si proponeva un testo sull’autodeterminazione della donna. Allora dissi la mia opinione di ventisettenne digiuna di femminismo. Digiuna di pratica, ma non del tutto ignorante di teoria, date che avevo fatto la tesi di laurea sul femminismo e avevo frequentato la scuola estiva di Pontignano della SIS (avevo incontrato lì Annarita Buttafuoco, che poi mi portò all’Unione femminile di Milano, dove tutt’ra lavoro). Ventisettenne desiderosa, che dico, bramosa di far politica con altre donne, eppure non avrei mai usato quella parola – autodeterminazione – in un volantino. La liquidai, allora, con un gesto anche troppo frettoloso, etichettandola come “anacronistica”. Aveva su di me l’effetto di una musica di anni addietro, di una foto in bianco e nero.

Sono trascorsi degli anni, nei quali il femminismo e la pratica politica che con questo nome definisco – forse più per convenzione più che per convinzione – è diventata la mia passione. Il gruppo sconvegno, con cui da poco si è consumata la frattura, altri gruppi, letture, incontri, convegni, studio, dibattiti eccetera, sono stati i canali con cui ho appreso il codice in cui la parola autodeterminazione acquista il proprio significato. Ne ho compreso il senso, ne conosco la storia, ho focalizzato su quale piano si colloca. Tuttavia, forse, sarei ancora dell’idea di non usarla nel titolo di un volantino.
Esistono parole-ponte e parole-territorio. Le parole-territorio puoi usarle solo con chi abita, appunto, il tuo stesso luogo simbolico. Con la straniera, non ci si intende. Le parole-territorio nutrono l’appartenenza, le parole-territorio sono come le abitudini: ci servono a vivere bene con noi stesse e con ci è accanto quotidianamente. Ma quando viaggi o quando incontri la straniera (fuori e dentro il tuo Paese), spogliatene, osservale con un certo distacco, sappi che sono le tue abitudini, non le sue.
Le parole territorio sono come gli “usi e costumi”. Devono essere descritti, spiegati, interpretati a chi non li conosce perché non li vive.
Autodeterminazione è una ‘parola-territorio’, come lo è ‘femminismo’. Bisogna apprenderla, poiché non ci siamo cresciute dentro, dobbiamo apprenderla per farne materia del nostro pensiero e della nostra parola.

Stacco, per riprendere questa premessa in conclusione. Stacco e faccio un balzo per approdare al tema del mio intervento. L’occasione mi è data da un recente dibattito, molto acceso e conflittuale, che ha avuto l’autodeterminazione al centro di un’articolazione di interventi e problematiche che affondano nella storia e si agganciano al presente. Parto da qui perché in questa occasione si sono più o meno volontariamente intrecciati aborto e procreazione assistita. Tale dibattito è stato avviato nel mese di febbraio di quest’anno, a partire dal saggio di Anna Bravo, Noi e la violenza. Credo che l’abbiamo tutte presente. Come sappiamo, uno degli argomenti contestati è quello in cui l’autrice, nell’analizzare il rapporto con la violenza, segnala la mancata elaborazione da parte delle donne attive nel movimento femminista sulla violenza insista nell’aborto e portando l’attenzione sul “dolore del feto”.
Proprio in quei giorni stavo scrivendo il capitolo avente per tema il referendum sull’embrione. Avevo appena ripercorso le vicende storiche che hanno reso possibile pensare, nominare e descrivere il concetto di feto come realtà separata dalla madre. Rimando ai saggi di Nadia Filippini, la cui ricostruzione storiografica colloca la prima apparizione del feto come cittadino nel Settecento, in un processo contestuale alla formazione degli stati-nazione. Avevo appena letto la ricostruzione fatta da Franca Pizzini e Lia Lombardi sui processi di medicalizzazione del parto e della nascita, nel quale l’entità “feto” acquista sempre maggiore evidenza. Avevo appena letto il folgorante libro di Barbara Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico, che mostra come nel passaggio dal sapere tattile al sapere fondato sulla visione si rende reale il “feto pubblico” e come questo passaggio avvenga intrecciandosi a quello di competenza e di sapere – dunque, di potere – dalla donna stessa al medico che ne osserva l’interno gravido.

Stavo anche leggendo i documenti degli anni Settanta – ne cito uno per tutti: il Sottosopra rosso del ’76, che riporta il dibattito al circolo De Amicis di Milano – in cui le femministe parlavano di corpo, di sessualità e anche di aborto. Qui sono anche riportati i documenti diffusi da vari gruppi in seguito alla manifestazione promossa dal Partito radicale per la legalizzazione dell’aborto. In uno di questi leggiamo :
“Se si è d’accordo che questa riforma giuridica allevia le sofferenze delle donne, non si può togliere la propria solidarietà al partito radicale. Ciò significa aderire anche alle manifestazioni. La consapevolezza derivante dalla pratica femminista che l’aborto è nonostante tutto un attacco violento al nostro corpo aiuta, se mai, a mettere in evidenza i limiti e la contraddittorietà della nostra adesione”
E ancora
“per quello che riguarda il ruolo, quello di moglie mi ha fatto subito vivere il rapporto sessuale come cosa obbligata, rituale, in cui ormai ero dentro, e non potevo più farci niente. Poi sono rimasta incinta e non ho abortito. Anche se avevo avuto il figlio, ho vissuto anche il rifiuto della maternità. Per quanto riguarda la penetrazione è stata vissuta da me come un fatto estremamente violento, come un servizio reso all’uomo che aveva, poverino, le sue esigenze fisiologiche che io non sentivo perché non avevo nessun coinvolgimento, così poi lui se ne stava tranquillo.”

Ecco un esempio di quello che emergeva dai colloqui con le donne che frequentavano un centro in provincia di Milano, dove, a partire da una campagna per la prevenzione del tumore al collo dell’utero, si era stabilizzata l’attività di un consultorio autogestito (il libro è Maternità cosciente):
“I tabù sessuali erano evidenti. Alla domanda ‘a quanti anni hai avuto il primo rapporto sessuale?’ le nubili arrossivano visibilmente imbarazzate, specie se avevano una certa età, o reagivano quasi fosse assurdo aver perso la verginità non avendo marito.
Alla domanda ‘prendi la pillola o usi altri metodi anticoncezionali?’, rispondevano di no con un tono di disapprovazione, quasi scandalizzate. Molte aggiungevano che ‘la pillola fa male’, altre che ‘il marito non vuole’. Per non avere figli quasi tutte ricorrevano al metodo antico come il mondo: ‘il marito sta attento…’, dicevano. Così è facile restare incinte, e ricorrono all’aborto come al solo modo per evitare figli dopo il terzo, il quinto, il nono, il tredicesimo” (Badaracco, Dambrosio, Buscaglia, 1976, p. 99).
Negli stessi giorni, navigavo in internet sfogliando pagine e pagine dei siti ultracattolici: quello del movimento per la vita, del forum delle famiglie; quello di Avvenire è il più tosto, andate a visitarlo, per conoscenza: www.fattisentire,net.
I termini usati sono da vera e propria crociata, del tipo: la cultura della vita contro la cultura della morte. Le donne assassine che prima abortivano, ora sono le stesse che pur di soddisfare il proprio desiderio danno vita ad embrioni che poi saranno abbandonati alla deriva della manipolazione tecnoscientifica.

Quell’articolo sul “Repubblica” con l’intervista ad Anna Bravo fu, dunque, un pugno nello stomaco. Ancora prima che la questione di merito, a farmi stupire (e arrabbiare) era l’operazione di porre in primo piano questo argomento a due passi da un referendum in cui le fila dei sostenitori dell’embrione e delle donne assassine sono serratissime, in cui lo spazio per proporre il nostro modo di vedere è minimo, residuale.
Per età anagrafica, è ovvio, non ho partecipato al movimento femminista. Come dicevo, sono tuttavia consapevole di quel processo - complesso e non privo di contraddizioni - grazie al quale il movimento politico delle donne ha potuto parlare di autodeterminazione. Personalmente, fin da ragazzina mi ero già fatta un’idea sulla questione dell’aborto (ricordo una discussione in prima superiore con una compagna di classe fervente cattolica e convinta anti-abortista). Le letture sono arrivate solo molto dopo. Non ritrovo nella memoria il primo momento in cui ho percepito come inaccettabile che una donna dovesse morire a causa di una gravidanza non voluta e sono sempre stata consapevole del dolore profondo che vive una donna quando abortisce, pur non avendolo mai fatto di persona. Il dolore della donna mi è presente quasi istintivamente. Quello del feto faccio fatica ad immaginarlo pur concentrandomi con tutte le mie forze. Eppure, io sono donna tanto quanto sono stata feto.
Mi ha lasciato di stucco non solo il momento e l’occasione, per il quale si offriva il fianco a strumentalizzazioni che sono poi puntualmente arrivate, ma anche la de-contestualizzazione delle prese di posizione politica di allora sul tema dell’aborto.
Cerco di riallacciare i fili che ora si sono un poco sparpagliati. I due brani – il primo del Sottosopra e quello sui consultori – sono credo significativi quanto al contesto in cui presero vita le lotte per l’aborto; in questo contesto era rilevante la mancanza di controllo e di potere da parte femminile sulla funzione riproduttiva e sulla propria sessualità; il ricorso all’aborto come strumento per il controllo delle nascite, in mancanza di metodi e conoscenze per la prevenzione della gravidanza .

In questo contesto, cosa significava l’autodeterminazione? (cito Anna Rossi-Doria che interviene in questo dibattito):
“il principio dell’autodeterminazione della donna nella scelta della maternità assumeva nel femminismo degli anni Settanta, in Italia come negli altri paesi dove allora si andava affermando […] e dove è oggi del pari minacciato, un valore centrale di catalizzatore e di sintesi, analogamente a quello che era avvenuto per il diritto di voto nei femminismi dell’Ottocento. La centralità di questo principio derivava dal suo duplice significato: sul piano personale, la libertà delle donne fondata sul pieno possesso della propria persona […], e la rottura di una lunga tradizione di controllo sul corpo femminile, finalizzato alle esigenze della famiglia patrilineare e patriarcale, esercitato prima dalla Chiesa, poi dalla scienza medica e dallo Stato; sul piano collettivo, una radicale trasformazione dei rapporti tra sfera pubblica e sfera privata (resa visibile dalle grandi manifestazioni di piazza sulla più segreta esperienza femminile: semmai i contrati nacquero dal contrasto tra la gioia delle prime e il dolore della seconda) e quindi dei rapporti tra donne e uomini in entrambe le sfere” (“La Repubblica”, 8 febbraio 2005).
Oggi, a trent’anni di distanza, nel trovarci di nuovo a parlare di procreazione, ancora di fronte ad un referendum, scriviamo e diciamo che il principio di autodeterminazione è minacciato. La stessa frittata, rivoltata. La scelta di ricorrere ad un intervento esterno per interrompere il processo di formazione del feto nel proprio grembo è speculare alla scelta di ricorrere all’intervento esterno per favorire quello stesso processo che spontaneamente non si innesca. Nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), si interrompe un processo che non si può o non si desidera accogliere in sé, pur essendo presenti le condizioni fisiologiche (il corpo è gravido, si è rimaste incinte). Nel caso della procreazione artificiale, si innesca forzatamente un processo che si vuole e si desidera accogliere in sé pur non essendoci le condizioni fisiologiche (non si riesce a rimanere incinte). In entrambi i casi, la donna interviene forzando le proprie funzioni riproduttive e per ottenere questo scopo ricorre alla figura del medico e all’utilizzo della tecnologia.
Oggi abbiamo gli strumenti per prevenire una gravidanza indesiderata e per ottenere una gravidanza che spontaneamente non si verifica. Credo di poter dire che la maggioranza delle donne giovani italiane ha possibilità di scegliere il momento della maternità, di non subirla.
Così, l’elemento del desiderio e della scelta dallo sfondo balza in primo piano. Anche allora – mi pare di rilevare dalla lettura dei documenti – anche allora desiderio di maternità, scelta, rapporto con se stesse e con l’uomo era oggetto di analisi e discussione, ma più urgente era la necessità di affermare che la possibilità della donna di scegliere che fare del proprio corpo era una questione pubblica e non privata.

L’autodeterminazione, appunto.
Oggi? Il clima politico è tutt’altro che laico e progressista.. La mercificazione dei corpi e dei desideri procede a ritmo serrato. La tecnologia amplifica e moltiplica la complessità.
Abbiamo almeno due urgenze politiche. Affermare il principio che la donna deve poter decidere e scegliere per ciò che riguarda il proprio corpo e il proprio desiderio di maternità, dunque contrastare la legge 40 che voncola l’accesso alle tecniche ad una serie di norme che prescindono dalla scelta femminile. Questa prima urganza è, ieri come allora, accelerata e imposta dal referendum proposto dai radicali.
Ma questa urgenza si scontra con i i tempi lunghi, lenti, dell’elaborazione soggettiva del desiderio. Il desiderio, in sé, non è nè conservatore né innovatore.
Nel desiderio di maternità noi donne troviamo ancora nodi e grovigli da districare. Oggi più che mai esso è in primo piano, in quanto la possibilità di scegliere ne amplifica il potere, i mezzi tecnici ne moltiplicano le possibilità di attuazione, il brodo di cultura della società mercantile ne fa strumento di profitto.
Abbiamo sempre più strumenti e sempre meno occasioni per chiederci e per capire come usarli. Abbiamo molti strumenti per fare e troppa poca attenzione per chiederci perché e come fare.
Chiederci perché e come fare. Chiederci non che cosa faccia la tecnica, ma come interviene nel rapporto che stabiliamo con noi stesse, con le molteplici facce che compongono la soggettività di ciascuna. Come interviene la tecnica nel puntellare un modello sociale o nel favorire il suo scardinamento. Questo è evidente nella tecnica di fecondazione artificiale che va sotto il nome di “fecondazione eterologa”, che può favorire sia il modello patriarcale di relazione tra i generi, sia il suo rafforzamento in senso razziale. Ad esempio, questa tecnica può favorire la procreazione nei nuclei familiari omosessuali, in particolare nelle coppie lesbiche. Ma vi cito il caso di una donna nera sposata ad un uomo bianco, la quale, pur non essendo infertile, ha fatto la fecondazione eterologa utilizzando l’ovocita di una donna bianca, in seminato con il seme del marito e successivamente trasferito nel proprio utero. Tutto ciò per il timore che il figlio, nascendo di pelle scura, incorresse nel rischio della stigmatizzazione sociale [e, aggiungono dal pubblico, per assicurare la discendenza bianca] .

Questa tecnica, separando i gameti dal corpo in cui si formano evidenzia e rivela le strutture simboliche della genitorialità, ma anche l’ideologia sottostante alle nostre relazioni, compresa quella tra i generi. Il femminismo come pratica di trasformazione di queste relazioni trova nello svelamento di questa ideologia un terreno d’azione.
A questo scopo, il principio di autodeterminazione è opportuno, ma inadatto.
Dobbiamo ampliarlo, o inventarci qualcos’altro.
E’ opportuno perché dice che “io sono mia”, che nessuno deve poter decidere della gravidanza che avviene per mia scelta, nel mio corpo, per la mia volontà.
L’altro essere che vive in me, dipende da me.
Il dibattito sui referendum, tutto centrato sulla questione se l’embrione sia o meno persona cancella la peculiare realtà della gravidanza di essere due in una. Questa tipica e peculiare relazione è – appunto – cancellata e con essa la centralità del soggetto femminile, con i suoi desideri, le sue scelte, la sua responsabilità: ridotto a corpo, a contenitore, a funzione riproduttiva. Da questo punto di vista, il principio di autodeterminazione è ancora attuale. Affermarlo significa dire, per usare lo slogan di a/matrix “viene prima la gallina dell’uovo”.
Ma parlare di autodeterminazione è fallimentare quanto a strategia comunicativa, in quanto parola-territorio e non parola-ponte. Non comunica i significati che per storia le appartengono se non a chi è già iniziato.
Inoltre, l’autodeterminazione non dice nulla sul potere che passa attraverso/nel corpo, attraverso/nel desiderio. Il riferimento teorico è qui alla categoria di biopotere (altra parola-territorio).

Esplorare il mondo della procreatica, - cioè l’insieme di tecniche che si sviluppano attraverso lo studio dei processi di sviluppo embrionale: tecniche di fecondazione artificiale, trasferimento del nucleo, scissione dell’embrione, clonazione e utilizzo delle cellule staminali per la ricostruzione dei tessuti – offre molte occasioni per vedere in atto quel che chiamiamo biopotere.
Ad esempio. Si vende sperma in internet, pubblicizzandolo così: per avere un figlio bello aitante e intelligente, comprate il seme di quest’uomo bello aitante e intelligente. Per avere una figlia con il corpo di Naomi Campbell, comparte il suo ovocita, fatelo fecondare (meglio se con l’uomo di cui sopra) e impiantatelo nel vostro utero. Questa strategia di marketing - in uso negli Stauti uniti (che triste Paese) – si fonda sul presupposto che l’individuo è riducibile al proprio programma genetico. Lo stesso presupposto è a fondamento della propaganda dell’embrione-persona.
Leggiamo nel volantino distribuito da Don Roberto in occasione di un dibattito in un liceo, cui ho avuto occasione di partecipare. Si dice, dell’embrione,
che è “architetto di sé stesso, nel senso che per svilupparsi utilizza informazioni, materiale e progetti che contiene in se stesso, mentre riceve dalla donna che lo ospita solo l’ambiente e l’energia necessari per portare a termine il suo sviluppo” [corsivo mio]. In un punto successivo leggiamo che “il processo già avviato con la fecondazione prosegue gradualmente senza mai interrompersi; l’interruzione del processo provocherebbe la morte dell’embrione”. Che il genotipo rimanga sempre uguale è l’argomento che fonda scientificamente l’identità dell’embrione.
Lo stesso presupposto è alla base dell’impresa scientifica di mappatura del DNA. Lo stesso presupposto è alla base dell’impresa economica di mappattura del DNA. Ricordiamo che in Europa non si trova un accordo sulla liceità della clonazione, ma geni e DNA sono protetti da copyright.
E’ in atto, come scrive Elena Del Grosso (biologa e femminista) una vera e propria mistica del DNA:
“L’essenzialismo genetico che costituisce “il dato oggettivo ” intorno al quale si costruisce tutto l ’impianto di questa legge non è qualcosa che appartiene solamente alla cultura cattolica ma, in sintonia con lo “spirito del tempo ”, anche ad uno schieramento molto più ampio e trasversale. Così come la _ducia “nelle magni _che sorti e progressive ” è parte fondante dei processi di modernizzazione del mondo occidentale altrettanto il determinismo genetico fa parte e conforma la cultura del ventesimo secolo. La sociobiologia ne è stata e ne è la sua espressione. È stato ed è un paradigma che ben si è prestato a sostenere i cartelli ideologici dominanti: quello colonialista del passato e quello neoliberista recente. Non dimentichiamo infatti che il progetto genoma ha le fondamenta nel mendelismo e nella teoria del gene degli anni ‘20. Esso è stato proposto e sostenuto dalle migliori _rme della comunità scienti _ca internazionale che si è premunita di costruirne il consenso sulla base dei bene _ci che prometteva di dare: prevenzione e terapia genica” (“Fuoriluogo”, 28/01/05).
Chiediamoci quanto le donne siano spesso attrici e propagatrici inconsapevoli dell’ideologia dell’essenzialismo genetico. Ad esempio, nell’ansia di controllare ogni aspetto e ogni particolare dello stato di gravidanza uno degli stati che più raccoglie e dispiega il mistero della vita . In Italia si fanno molte più amniocentesi di quante sarebbero necessarie. E’ utile, ogni tanto, cambiare gli occhiali con cui guardiamo. Osservarci attraverso lo sguardo dell’altra sposta il nostro. Un confronto con il modo delle donne straniere ci offre la possibilità di vedere come è possibile vivere la gravidanza in modo diverso, con meno ansia di controllo, in modo meno mediato dalla razionalità, più spontaneo. Questa affermazione, mi è stato fatto notare, potrebbe contenere il giudizio che le donne straniere vivono la gravidanza in modo più “naturale”. Non vorrei essere fraintesa.

Si dice che le donne facciano figli perché “è naturale”. Sono convinta che questa semplice affermazione contenga tanti pregiudizi, sui quali si fondano discorsi, prese di posizione, leggi. La prima operazione mentale che si fa nell’indicare la procreazione come evento naturale è di collocarla fuori dalla cultura. Ma, se osserviamo come ogni esperienza umana sia caratterizzata dalla con-presenza natura e cultura, possiamo spiegare perché è riduttivo dire che un avere figlio è “naturale”, almeno fino a quando non si specifichi che cosa si intenda per “natura”. Dunque, il procreare in tutte le sue fasi è un’esperienza “umana” in cui natura e cultura sono due aspetti per nominare la stessa sostanza .
Citando l’antropologa Mila Busoni
“se è incontestabile che le donne abbiano un apparato riproduttivo che le mette in grado di concepire e partorire, altrettanto che gli uomini invece non l’abbiano, il mettere al mondo figli è qualcosa di diverso da un evento puramente naturale. La procreazione è un evento sociale e lo dimostra il fatto che, come tutto ciò che è sociale, è suscettibile di variazioni, di modifiche, di interruzioni – in una parola, di controllo”. (2001, p. 32)
Sottoporre a critica l’uso della categorie di ‘naturale’ è importante per rispondere criticamente a chi giustifica il divieto alla PMA sostenendo che “non è naturale”. Obiettiamo e spieghiamo che né la procreazione, né la gravidanza, né il parto sono mai stati eventi “naturali” nel senso di “puramente fisici”, “scontati” e “immodificabili”, perché sempre mediati da significati simbolici e da pratiche culturali storicamente determinate.
Dunque, tornando alle donne straniere: il loro modo di vivere il parto non è più naturale, ma culturalmente diverso dal nostro. Anche loro sono condizionate dai modelli culturali, ma, appunto, i modelli sono altri e le portano ad interagire vivere le esperienze in modo diverso, dunque anche ad una diversa interazione con l’elemento tecnologico. Faccio un esempio per spiegarmi. Le cinesi hanno bisogno dell’ecografia per sapere se il nascituro sarà maschio o femmina. Per loro è molto importante saperlo perché, è noto, nascere femmina è una “disgrazia” nella cultura cinese (prendete con le pinzette quest’affermazione, data la fluidità dei modelli e la velocità dei loro cambiamenti). Le donne cinesi usano l’ecografia con fine del tutto diverso da quello delle italiane. Credo che il potenziale di trasformazione insito nell’incontro con l’altra non sia nel ricostruire immediatamente una scala di valori (il tuo metodo/modo è meglio del mio, dunque lo adotto – o viceversa), ma lo svelamento dei reciproci condizionamenti, al fine della loro modifica.
Se i nostri desideri – anche quello procreativi – sono tramite e veicolo di controllo, urgenza politica è non solo affermare la libertà di accesso alle tecniche, ma – ben più complesso – liberare il nostro stesso desiderio, comprenderlo in relazione al suo limite e alle sue condizioni di realizzazione. Questa è – in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale, la sfida che il femminismo deve raccogliere per poter trasformare l’esistente.
A ben vedere, neppure questa è una novità. Le tecnologie non inventano nulla di nuovo. Rimarcano i tratti delle nostre contraddizioni e ce le sbattono in faccia. Tutto sta nel volerle guardare.

 
 
 
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