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Tecnici che sbagliano - Dietro l’appello per il “sì” referendario niente scienza
e molta ideologia

Editoriale di Giuliano Ferrara - IL FOGLIO - 28 APRILE 2005


Spiace dirlo, ma scienziati è parola grossa, visto il testo che hanno firmato per il “sì” al referendum sulla fecondazione artificiale (su Repubblica di ieri). I grandi scienziati e biologi sono quelli che si pongono limiti e comprendono il sostrato etico delle questioni che affrontano. Al massimo questi sono tecnici, e tecnici che sbagliano. La prima delle loro motivazioni è che va abrogato il tetto di tre embrioni da fecondare solo per l’impianto, non per il frigorifero, perché ne va della riuscita della fecondazione e della salute della donna. L’argomento ignora in radice il problema di cui si discute.

1)-Primo, l’embrione è un essere umano, un individuo cromosomicamente alla base di uno sviluppo vitale completo: l’embrione è ciascuno di noi al suo inizio ed è anche l’Altro, il debole, il minuscolo, l’invisibile. La legge 40 si preoccupa di non creare in vitro embrioni sovrannumerari da eliminare, scartare o manipolare. Uno scienziato a questo problema dà una risposta, o almeno la cerca; un tecnico di laboratorio può permettersi di ignorare il problema, ma ci vuole qualcuno che pensi per lui.
Le probabilità di riuscita della fecondazione sono diminuite di una percentuale irrilevante nel primo anno di applicazione della legge.
Quanto alla salute della donna, e del bambino, se proprio si vuole ignorare il resto e concentrarsi su questo, sarebbe da sconsigliare tout court la fecondazione artificiale, pratica medica invasiva che assoggetta medicalmente il corpo femminile ed espone a seri rischi il ciclo della riproduzione. Sarebbe da incentivare la maternità in età fertile giovanile, altro che la filosofia della fabbrica dei bambini all’età stabilita dalla sociologia della modernità e dalla curva demografica regressiva del modo di vivere nullista.

2)-Quei “sì” spensierati
Il “sì” all’abrogazione della norma che vieta la fecondazione eterologa è ancora più spensierato e immotivato. Non una parola sul diritto del nato a rintracciare la paternità biologica, non un rigo sul ferimento a morte della famiglia biparentale, antica istituzione che non si può cancellare senza adeguate motivazioni. Si abroga il divieto solo perché è un divieto che si frappone al desiderio individuale o di coppia, puro nichilismo e anche di serie b.

3)-Per terzo viene l’accoglimento entusiasta della diagnosi pre-impianto al fine di tutelare da malattie e malformazioni il nascituro, tutelandolo tecnicamente dal nascere prima del corso naturale del suo sviluppo: si chiama pratica eugenetica. La giustificazione è in negativo: c’è già, dicono, l’aborto selettivo di tipo terapeutico a seguito di amniocentesi. L’aborto selettivo non è un modello da estendere alla legislazione sulla fecondazione artificiale, trasformando l’attesa di un figlio nella produzione di un pezzo sano della catena della vita. E comunque l’aborto è un delitto legalizzato per tutelare la salute fisica o psichica della donna, non un diritto diagnostico da eseguire su vasta scala nel laboratorio eugenetico.

4)-Il quarto punto è che il concepito non deve avere diritti, perché è l’insieme di “poche cellule indifferenziate”. Una balla sesquipedale, perché il concepito è due volte un essere umano: perché lo dicono la genetica e l’intuizione razionale, e perché noi soggettivamente lo fabbrichiamo per quello scopo, perché sia un essere umano. Quindi tutelare il suo diritto e negare il nostro alla sua manipolazione è semplice atto di umanità e di umanesimo.

5)-Quinto, secondo i tecnici faustiani “non è provata l’equivalenza tra cellule staminali adulte e cellule staminali embrionali” ai fini della ricerca sulle malattie degenerative e tumorali: la frase non significa nulla, ed è vero invece che su questo la scienza è divisa e deve valere il principio di precauzione a tutela dell’embrione. E’ inoltre goffo, addirittura tragicomico, il travestimento ideologico di queste insane manifestazioni apologetiche della tecnica contemporanea. Dicono i tecnici che sbagliano che non si può sottomettere la legislazione a un principio di natura confessionale. Siamo qui, ferventi nel nostro ateismo e nella nostra miscredenza, a testimoniare ogni giorno che non si tratta di una guerra religiosa. Semmai di una guerra culturale e di civiltà. E se per il tecnico Umberto Veronesi questa legge è “disumana”, termine che si qualifica da solo come una volgare iperbole, per noi il loro testo sarà “barbarico”, ritorsione che le passioni sbagliate dei camici bianchi chiamano irrimediabilmente e necessariamente.

 

 

 
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