Per
una proibizione normativa. L'altra faccia del clone
Jacques Testard
Comunque la si pensi a proposito degli organismi geneticamente modificati
o della clonazione terapeutica, è un fatto che gli scienziati
rimangono divisi sulle conseguenze delle loro ricerche. Spetta ai
governi, ai parlamenti e all'insieme della società il compito
di decidere come comportarsi con queste tecnologie nuove. La maggior
parte dei paesi sembra propensa a proibire ogni forma di clonazione
umana. D'altro canto è stata la sua contestazione attiva
agli Ogm che ha fatto condannare alla prigione José Bové,
dirigente della confederazione contadina.
Jacqes Testart
Il 27 febbraio 1997, nel pubblicare un articolo che annunciava la
nascita di Dolly, la prima pecora clonata, l'editore della rivista
Nature diceva di aver ricevuto una lettera che gli chiedeva di rinunciare
alla pubblicazione, considerando che: "L'uso abusivo di questa
tecnica da parte di gruppi illegali o stranieri sarà inevitabile,
una volta che se ne sia diffusa la pratica". L'editore ammetteva
che "la clonazione umana potrà essere realizzata entro
dieci anni", ma aggiungeva: "mentre il mondo scientifico
pullula di sperimentazioni tecnologiche, è una vergogna che
il presidente degli Stati uniti e altri politici comincino a preoccuparsi
solo adesso delle cose che pubblichiamo". Affermazione che
va letta alla luce di riflessioni precedenti.
Tre anni prima della nascita di Dolly, alcuni dei migliori specialisti
della procreazione artificiale avevano cominciato ad interrogarsi
sulle prospettive della clonazione umana (1).
Affermavano che la clonazione di un adulto è impossibile
e definivano questa ipotesi una "fantasia biologica" (biological
fantasy). Concludevano sostenendo che "la fantascienza non
può essere oggetto di un serio dibattito etico, il quale
deve rispettare le leggi del plausibile"... Con questa affermazione
gli esperti della biomedicina rivendicavano il diritto di decidere
il momento in cui diventa possibile un "serio dibattito etico".
Il che però non impedisce che esplorino l'impossibile per
pura curiosità, magari invitando alle loro riunioni ricercatori
che abbiano appena realizzato, sugli animali, un progresso significativo.
Agli esordi della fecondazione in vitro (Fiv), durante il congresso
internazionale di Vienna (1986), Steen Willadsen, specialista della
clonazione effettuata per divisione di embrione di pecora, venne
invitato a relazionare su questa tecnica. In occasione di successivi
congressi, gli esperti della Fiv hanno anche potuto acquisire informazioni
sui progressi della partenogenesi (sviluppo a partire da un solo
ovulo), della transgenesi (modificazione del genoma di tutto l'organismo)
e, naturalmente, della clonazione di un animale adulto. Succede
anche che i veterinari richiedano informazioni alla medicina su
novità che possano trovare applicazione sugli animali, dato
che non esiste alcuna barriera biologica che impedisca di applicare
all'essere umano ciò che ha avuto successo sull'animale,
e viceversa. Proprio per questo la frontiera etica non dovrebbe
limitarsi a fare appello al senso di responsabilità del medico,
quando ciò che si teme di vedere applicato all'uomo è
già una realtà per gli animali.
Ripartiamo dall'inizio: se, fin dalla nascita di Dolly, la prospettiva
della clona- zione umana fosse stata ufficialmente approvata, i
laboratori di ricerca avrebbero prima di tutto fatto esperienza
su modelli animali, per poter intervenire sull'essere umano con
il miglior bagaglio tecnologico possibile. Ora, malgrado l'indignazione
generale contro la clonazione di un essere umano, è esattamente
ciò che è successo: si sono clonati capre, pecore,
vacche e topi, maiali e gatti, e gli stessi membri della setta Rael
(che sostengono di avere fatto nascere due bambini clonati) si sono
permessi simili esperienze preliminari. Che dire?
Che non c'è peggiore ipocrisia del fingere che vi sia una
frontiera tra il sapere sperimentale acquisito sugli animali e il
sapere "clinico" utilizzabile per l'essere umano. Per
difendere l'umanità da ciò che viene inflitto agli
animali, è dunque indispensabile dotarsi di concreti strumenti
di interdizione e non solo di parole. Fino a quando il rifiuto non
riceverà un avallo internazionale, suffragato da precise
sanzioni, la prosecuzione di lavori sugli animali sarà lì
a smentire qualunque volontà di regolamentazione etica.
Più che la scienza ufficiale, sono stati dei fanatici o dei
provocatori coloro che per primi hanno osato passare dall'animale
all'essere umano. Vi si potrebbe leggere il relativo successo di
un'etica largamente condivisa. Ma è invece più probabile
che le potenzialità del fantastico fossero di molto superiori
alle prospettive scientifiche o industriali, e che un certo livello
di conoscenze pratiche fosse già stato acquisito, grazie
alla sperimentazione su animali da un lato e ai dati acquisiti attraverso
la fecondazione umana dall'altro. È troppo facile consolarsi
negando i "successi" reclamizzati, o attribuendo la deriva
ai soli rappresentanti della marginalità scientifica (2).
Si può ragionevolmente pensare che i raeliani, così
come il ginecologo italiano Severino Antinori, si siano "procurati"
biologi di qualche valore e che le loro dichiarazioni non siano
solo propaganda (3).
In ogni caso la loro audacia ha agito da catalizzatore,
facendo riemergere progetti respinti: oggi si sente dire che ci
potrebbero essere buone ragioni per praticare la clonazione riproduttiva,
a patto di proibirne l'uso ai fanatici per affidarla alla sapienza
dei medici. È un discorso che tocca anche il Comitato internazionale
di etica dell'Unesco (4).
Per alcuni medici o ricercatori, l'ostentata opposizione alla clonazione
"riproduttiva" è solo una garanzia per poter ottenere
l'accesso alla clonazione "terapeutica". In questo caso
si tratterebbe di medicina, cioè di una cosa seria ed utile:
il suo scopo è produrre, in vista di successivi trapianti,
un ceppo cellulare perfettamente compatibile con il ricevente, che
è anche il donatore del nucleo introdotto nell'ovulo.
Ma la clonazione terapeutica è ugualmente offensiva per l'etica,
dato che si tratta di creare un essere umano (5) per clonazione
invece che per fecondazione, e contemporaneamente di sacrificare
l'embrione a fini medici, avendolo creato a questo scopo.
D'altra parte, la clonazione terapeutica apre altre due porte. La
prima è quella della clonazione riproduttiva, perché
basterebbe inserire in un utero un embrione clonato per sperare
di farne nascere un bambino.
Dopo il passaggio dagli animali all'essere umano, si può
dunque prevedere quello dal "terapeutico" al "riproduttivo".
Già nel 1999, Jean-Paul Renard, specialista di clonazione
di bovini, sosteneva: "Se la clonazione terapeutica diventasse
routine, si può dubitare fin da ora che la clonazione riproduttiva
continui ad essere proibita (6)". Un recente editoriale del
quotidiano Le Monde prevede che la ricerca sull'embrione umano non
sia stata altro che "la fase che precede una legislazione sulla
pratica della clonazione terapeutica (7)". Invece di esserne
allarmato, l'articolista si augura che la futura legislazione sia
"rigorosamente programmata, ad evitare che si apra la porta
alla clonazione riproduttiva"... Come non preoccuparsi di una
tale involuzione progressiva dell'etica?
La seconda porta aperta dalla clonazione terapeutica è quella
di uno sviluppo deliberatamente eugenetico della diagnosi genetica
pre-impianto (Dpi) per eliminare in provetta gli embrioni dal genoma
indesiderato.
La clonazione è grande consumatrice di ovuli, i suoi promotori
dovranno come prima cosa disporre di protocolli etici (né
furto al momento della fecondazione in vitro, né acquisto
da donne bisognose) per garantirsi queste cellule femminili indispensabili,
ma molto rare.
Ne consegue un decisivo impulso alle ricerche in corso sugli esseri
umani e sugli animali, per trasformare le cellule progenitrici (gli
ovociti dell'ovaio) in ovuli idonei alla fecondazione o alla clonazione.
Disponendo di decine di ovuli, si potrebbe, dopo la Fiv, selezionare
il "miglior genoma" tra i numerosi embrioni di una stessa
coppia, e aumentare così notevolmente la qualità eugenetica.
La mistica del Dna Nessuno crede realmente che la clonazione possa
creare uno o più individui assolutamente identici a un altro
preesistente, e non è la genetica che ha inventato il fantasma
del doppio, basta pensare a Narciso. Ma i genetisti offrono a questo
fantasma un supporto materiale, la molecola del Dna, e molti lasciano
credere che questa molecola inerte nasconda sia il mistero della
vita che quello dell'individualità.
Infinite volte abbiamo infatti sentito inneggiare alla molecola
sovrana, "programma" per un'esistenza di cui non saremmo
che esecutori, "grande libro della vita", "spartito"
da suonare nota per nota, come i fogli perforati di un organo meccanico.
Malgrado episodici rifiuti di questa iconografia semplicistica,
i biologi molecolari aggiungono giorno dopo giorno nuove catene
alle nostre illusioni di essere liberi, con la pretesa di scoprire,
e a breve dominare, le chiavi chimiche di ogni persona, di ogni
patologia, o anche solo del rischio di patologie, e perfino dei
comportamenti individuali. La "mistica del Dna" (8) gli
conferisce un'aurea culturale simile a quella dell'anima nell'iconografia
religiosa, con tutte le inevitabili conseguenze sul vissuto quotidiano,
le pratiche mediche o agricole, la scuola o la giustizia.
Tuttavia l'impronta genetica, che in tribunale viene considerata
la "regina delle prove", non garantirebbe l'individuazione
del colpevole in una serie di cloni (o tra due veri gemelli), perché
i loro genomi sarebbero identici. E invece le impronte digitali
continuerebbero a fare la differenza, poiché portano i segni
della vita, fin dalla nascita. L'identità non è nel
Dna, ma in quanto c'è di aleatorio in ogni essere vivente.
Se l'immagine dei geni o del Dna è diventata un "prodotto
sociale", come sostengono due sociologhe americane (9), è
perché la gente è esposta ad una visione mitologica,
in cui la scienza fiancheggia scientismo e riduzionismo, ma anche
indulgenza e business.
Il rifiuto della clonazione si esprime a partire da due logiche
diverse.
La prima, che è quella del Congresso americano o dell'Académie
de médecine française, si preoccupa soprattutto delle
malformazioni o delle patologie che rischiano di colpire il feto
clonato. Questo tipo di obiezione, sarebbe facilmente superabile
con il tempo e i progressi tecnici, e lascerebbe allora un vero
e proprio vuoto etico.
Il secondo tipo di rifiuto s'indigna per la mancanza di autonomia
del clone, come se quest'ultimo dovesse realmente rispondere automaticamente
a quanto ci si aspetta da lui. La prima logica si limita ad un'esigenza
di sicurezza sanitaria, mentre la seconda riflette l'alienazione
all'onnipotenza dei geni. La condanna formale della clonazione di
un essere umano, non deve dipendere dal fatto che la copia è
simile al modello, ma dal fatto che essa è stata creata solo
per essere una copia (10). È la volontà di strumentalizzare
un essere umano che è criminale, anche se il povero clone
può ribellarsi e far fallire il progetto.
Si può arrischiare un'analogia tra clonazione e diagnosi
pre-impianto (Dpi): entrambe puntano a favorire nell'uovo una certa
struttura identitaria del bambino, perché sia conforme a
una persona esistente o a una norma medica o sociale. Queste due
prassi si iscrivono nella mistica genetica, anche se il Dpi sostiene
di fare riferimento ad una norma obiettiva (per esempio la "mappa
del genoma") e la clonazione ad una norma soggettiva (per esempio
l'ideale privato). Il Dpi rifiuta il rischio di una procreazione
aleatoria e la clonazione rifiuta il rischio dell'alterità.
A medio termine, le richieste fatte al Dpi dai genitori dovrebbero
rivelarsi univoche, tutte mirate all'utopia dell'"handicap
zero", dando corpo così a criteri universali validi
per tutti i corpi, come per una fabbrica di cloni biomedici.
Le finalità del Dpi e della clonazione sono sorelle in eugenetica,
anche se l'una si propone come altruista, mentre l'altra si dimostra
egocentrica o elitaria. Sono tecniche che mostrano l'ossessione
delle identità sospette o aleatorie, strumenti utili a eliminare
costruzioni biologiche originali. In conclusione: là dove
il liberalismo seleziona già, come negli allevamenti, la
migliore prestazione o la competizione tra esseri umani, quale futuro
più sicuro per un genoma, riconosciuto "eccezionale"
grazie al Dpi, se non quello di una sua identica riproduzione, grazie
alla clonazione?
Probabilmente si arriverà alla clonazione degli esseri umani,
soprattutto se si riuscirà ad evitare le gravi patologie
osservate negli animali.
Ma la clonazione non può diventare un modo generalizzato
di procreare.
L'accumulo progressivo di fragilità acquisite, osservato
nella moltiplicazione per talea ripetuta dei vegetali, è
stata riscontrato anche nei topi, i quali si ammalano e diventano
sterili dopo una clonazione ripetuta per sette generazioni. Inoltre
questo procedimento, eminentemente elitario e privo di prospettive
razionali (chi "merita" di essere clonato?), non risulta
economicamente conveniente per il mercato globalizzato. In compenso,
la reificazione dell'essere umano, nel caso, tra l'altro, di clonazione
terapeutica, apre un mercato per alcuni ceppi cellulari, ma anche
per embrioni, differenziati, brevettati e congelati, in grado di
correggere o prevenire le deviazioni dalla norma.
Un clone può nasconderne un altro e la "ricerca sull'embrione
umano" (eufemismo per indicare le sperimentazioni tecnologiche)
potrebbe risultare ancor più pericolosa della nascita di
qualche sventurato bimbo clonato. Quindi, invece di sprecare parole
sull'utilizzazione che un "pazzo" o uno "stato totalitario"
potrebbero fare della moltiplicazione per talea degli esseri umani,
sarebbe meglio attrezzarsi giuridicamente, e a livello internazionale,
per respingere un certo tipo di giustificazioni umanitarie o terapeutiche
della biomedicina.
note:
* Biologo della procreazione, direttore di ricerca presso l'Institut
national de la santé et de la recherche médicale (Inserm).
Pubblicherà a maggio Le Vivant manipulé, ed. Sand,
Parigi.
(1) Jones, Edwards, Seidel: On attempts at cloning in the human.
Fertility and Sterility 61, 423-426, 1994.
(2) I fanatici non hanno il monopolio dei successi inventati di
sana pianta. Basta ricordare quegli scienziati riconosciuti che
ci hanno dato la falsa novella della fecondazione in vitro animale
(Pincus, 1935) o umana (Menkin e Rock, 1946) o ancora della partenogenesi
(Hope e Illmensee, 1982).
(3) "Loft story du clone", L'Humanité, Parigi,
28 gennaio 2003.
(4) Michel Revel, "Pour un clonage reproductif humain maîtrisé",
Le Monde, 4 gennaio 2003.
(5) Al contrario di "persona umana", la denominazione
"essere umano" è una definizione obbiettiva in
base alla specie. Allo stesso modo, si può dire "essere
porcino" o "essere murino" per identificare gli embrioni
di maiale o di topo, in quanto non possono diventare che maiali
o topi.
(6) Jean-Paul Renard e coll. "Clonage: le présent et
les perspectives", Contraception Fertilité, Sexualité,
27, 405-411, 1999.
(7) 29 gennaio 2003.
(8) Dorothy Nelkin, Susan Lindee: La mystique dell'Adn, Belin, Parigi,
1998.
(9) Dorothy Nelkin, Susan Lindee, op.cit.
(10) È quello che ho voluto testimoniare in un romanzo: Eve
ou la répétition, Odile Jacob, 1998.
(11) Des hommes probables: de la procréation alèstoireà
la reproduction normative, Le Seuil, 1999.
(Traduzione di G. P.)
|