Riflessioni
filo cattoliche a margine del referendum del 12-13 giugno 2005
sull'abrogazione di quattro articoli della legge 40/2004
Paolo Aragona
Innanzitutto va chiarito che in nessun modo la Legge 40, oggetto
del prossimo referendum che ne vuole l’abrogazione, si può
definire “cattolica”, in quanto si discosta notevolmente
dalla visione antropologica della Chiesa. Rilevanti sono almeno
tre punti:
- la legge prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione
assistita anche da parte delle coppie di fatto (è la prima
volta che una legge italiana concede questo riconoscimento), quando
per la morale cattolica la decisione di avere figli è legittima
soltanto all’interno del matrimonio;
- per la Chiesa l’apertura alla vita che rende possibile la
collaborazione alla creazione secondo il disegno di Dio, ha senso
soltanto come esito dell’unione sessuale di marito e moglie.
Per cui ogni tipo di fecondazione assistita – anche quella
omologa consentita dalla Legge 40 – è moralmente illecita;
- anche se all’articolo 1 la legge garantisce i diritti “di
tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”, di fatto
essa propone tecniche abortive. La fecondazione artificiale infatti
comporta sistematicamente l’eliminazione di numerosi embrioni
umani.
Ribadire, nella propaganda referendaria, che questa legge è
stata voluta dal “partito del vaticano” lascia immaginare
due ipotesi alternative (ma non necessariamente): o si è
profondamente impreparati o, più concretamente, si vuole
sollecitare l’anticlericalismo insito in alcuni ambiti politico-culturali
per vincere il referendum.
Sollecitare l’astensione, proprio per queste ragioni, è
una scelta ancora più coerente del votare no. Se infatti
la legge, in alcuni dei suoi articoli, è contraria alla morale
cattolica, dichiarare di non volerne l’abolizione significa,
a rigor di logica, avallarne anche i contenuti contrari alla propria
morale. Astenersi è la più chiara manifestazione di
come tale legge non sia stata partorita all’interno del contesto
etico e antropologico del mondo cattolico. D’altra parte,
come da più parti si è ribadito, lasciare intatta
questa legge, pur con le sue incongruenze, è solo un primo
passo. Una prima conquista riguarda infatti il riconoscimento del
concepito come portatore di diritti. Non è un mistero che
su tale questione, sin dal referendum sull’aborto, la Chiesa
non abbia mai cambiato idea. Il passo successivo, nelle intenzioni
dei cattolici, riguarda il reale ripristino di tale assunto anche
nella prassi dell’aborto. E affermare di non saperlo è
quantomeno un’ipocrisia. Sono 27 anni che ogni prima domenica
di febbraio, in occasione della “Giornata per la vita”,
Giovanni Paolo II, il Papa tanto amato anche da Bertinotti, dice
sempre le stesse cose.
Ed è questo che, da sempre, dà fastidio tanto da portare
i più grandi sostenitori delle garanzie libertarie, i radicali,
a ipotizzare un imbavagliamento della Chiesa cattolica circa le
questioni inerenti i temi della bioetica.
La Chiesa del silenzio
La si chiamava così nel recente passato. Qualcuno nega che
sia mai esistita, d’altronde è difficile dimostrarne
l’esistenza, se non testimoniandolo direttamente, cosa alquanto
rara poiché i passati regimi comunisti ne hanno scientemente
e “sapientemente” occultato le prove “viventi”.
Ma la storia ormai ce ne parla e ancora oggi, in alcuni regimi totalitari,
la Chiesa del silenzio è una realtà. Ne sono consapevoli
anche i radicali che da anni fanno una battaglia contro gli abusi
che nel Vietnam del Nord il regime comunista commette contro il
popolo cattolico dei Montagnard. Così come lo sa il vice
presidente del parlamento europeo Mario Mauro, che sta portando
all’attenzione delle istituzioni europee la situazione dei
diciannove vescovi e dei diciotto preti ancora rinchiusi nelle carceri
cinesi. Ma forse il vietnamita e il cinese non sono lingue facilmente
abbordabili dall’opinione pubblica occidentale e dunque difendere
la libertà di espressione religiosa in Paesi così
lontani non è poi tanto pericoloso e si fa sempre una buona
figura (come quando si è più gentili con gli ospiti
che con i propri congiunti).
Quello che invece ben si capisce è il linguaggio, pacato
nei toni ma determinato nella sostanza, del card. Camillo Ruini
che invita cattolici e laici a utilizzare il referendum abrogativo,
costituzionalmente previsto fin dal 1947 come diritto di espressione
diretta del popolo, in una delle sue tre possibili opzioni: l’astensione
per far mancare il quorum. Tale strategia non è nuova; lo
stesso Fassino, in occasione del referendum sull’estensione
delle garanzie dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori
anche alle piccole aziende, sollecitò l’astensione
proclamando che: “se un referendum è sbagliato bisogna
ridurne i danni: far mancare il quorum in modo da non pregiudicare
misure legislative che affrontino la materia”. “Anche
questo atteggiamento esprime una volontà precisa prevista
dalla Costituzione”, che, infatti, “richiede un quorum
per rendere efficace il referendum”. L’astensione, quindi,
non rappresenta la rinuncia all’esercizio di un diritto, né
“l’invito qualunquistico ad andare al mare”. Si
tratta, concludeva il segretario DS, di un “astensione attiva”.
Quello che si contesta è che il cosiddetto “partito
d’oltretevere” sia sceso direttamente in campo. Va precisato
che il Cardinal Ruini è il presidente della Conferenza Episcopale
Italiana e che rappresenta, per questo, la Chiesa italiana e non
il Vaticano (con il quale comunque è in piena sintonia) e
in quanto tale non gli si può negare il diritto, come libera
espressione della società civile e di parte della cultura
italiana, di intervenire come e quando crede. “Si può
essere in accordo o in disaccordo con la legge” – scrive
Alessandro Corneli dalle pagine de «il Giornale» del
5 marzo – “ma se si è liberali – un concetto
ben più ampio di quello di essere laici – si deve ammettere
che la Chiesa ha il diritto di dire. A salvaguardia della laica
libertà di ciascuno”. Quello che sconcerta di più
è la posizione di parte del centro-sinistra che, con il presidente
dei senatori diessini Gavino Angius – secondo il quale le
dichiarazioni di Ruini “ci riportano molto indietro nel tempo,
sembra di tornare alla guerra fredda” – ritiene l’intervento
della CEI a favore dell’astensione quantomeno inopportuno
mentre nel caso dell’Iraq le parole di critica alla guerra
del Papa sono state sempre utilizzate come supporto alle proprie
posizioni. Come a dire che la Chiesa quando è di supporto
al regime può anche esprimersi. L’importante è
che taccia quando è in dissenso. Già qualche tempo
fa ci pensava Filippo Gentiloni, dalle colonne del Manifesto, a
definire la posizione che sarebbe più opportuna per la Chiesa:
“meglio una presenza cristiana valida e autentica, ma discreta
e silenziosa”. L’obbiettivo dovrebbe essere quello “di
un’esperienza religiosa che accetti di non essere incarnata
come parte essenziale della società”.
Ma più di un secolo di dottrina sociale ha ormai insegnato
ai cattolici come popolo in cammino, e non solo a quelli rappresentati
dalla, pur autorevole, gerarchia ufficiale o dagli affiliati al
pacifismo a buon mercato di don Gallo & C, che la storia non
è fatale ma si costruisce con scelte coerenti, coraggiose
e consapevoli. È di questi ultimi mesi un risveglio profondo,
quasi un sussulto che ha scosso “la base”, stufa di
passività e rassegnazione ai venti altrui. Grande protagonista
di un tam tam orgoglioso e volitivo è la rete di internet,
autentica e forse unica garanzia di pluralismo, di libertà
di espressione e di verità. È attraverso la rete che
articoli e posizioni di insigni studiosi, di scienziati e filosofi,
relegate nelle pagine interne dei giornali meno letti e ignorate
dai salotti televisivi più esclusivi, hanno cominciato a
girare e a informare correttamente perché non soggette alla
censura delle lobbies dei potenti. Grande diffusione, per esempio,
ha avuto in rete l’articolo “Bugie staminali”
del prof. Angelo L. Vescovi, uno dei più importanti studiosi
del mondo nel campo delle cellule staminali, pubblicato da «Il
Foglio» del 23 gennaio sui “problemi e le prospettive
della procreazione assistita”. Ecco alcune delle sue affermazioni:
“non esistono terapie, nemmeno sperimentali, che implichino
l’impiego di cellule staminali embrionali”; “esistono
numerose terapie salvavita che rappresentano realtà cliniche
importanti, quali le cure per la leucemia, le grandi lesioni ossee,
le grandi ustioni, il trapianto di cornea. Tutte queste si basano
sull’utilizzo di cellule staminali adulte”; “le
terapie cellulari per le malattie degenerative non si basano solo
sul trapianto di cellule prodotte in laboratorio. Esistono tecniche
altrettanto promettenti basate sull’attivazione delle cellule
staminali nella loro sede di residenza”; “la produzione
di cellule staminali embrionali può avvenire senza passare
attraverso la produzione di embrioni”. E questa la sua conclusione:
“Da quanto descritto sopra, emerge molto chiaramente la seguente
conclusione: il dibattito riguardante la legge sulla fecondazione
assistita deve avvenire in assenza delle pressioni emotive e psicologiche
che, artatamente, vengono fatte scaturire dalla supposta inderogabile
necessità di utilizzare gli embrioni umani per produrre cellule
staminali embrionali che rappresenterebbero l’unica o la migliore
via per la guarigione di molte malattie terribili e incurabili.
Questa affermazione è incauta non solo perché fondata
su concetti facilmente questionabili ma anche in relazione all’esistenza
di linee di ricerca, di sviluppo e di cure almeno altrettanto valide,
molto più vicine alla messa in opera nella clinica corrente
e prive di controindicazioni etiche. Il dibattito sulla legge deve
quindi incentrarsi sugli aspetti relativi alla dignità dell’embrione
e al suo riconoscimento come vita umana a tutti gli effetti. In
questo contesto, mi permetto di concludere che, nella mia scala
di valori di laico e agnostico, il diritto alla vita dell’embrione
precede inequivocabilmente il diritto alla procreazione”.
Sconcerta che tali sue affermazioni, pur non confutate, nonostante
la loro rilevanza nel dibattito in corso, non abbiano trovato alcuna
risonanza da parte dei media principali. Anzi la campagna referendaria
ha continuato a battere su tali assunti di stampo esclusivamente
emotivo che il professor Vescovi nel suo intervento all’Accademia
dei Lincei del 31 gennaio scorso ha pubblicamente sconfessato. Se
si inserisce il titolo dell’articolo pubblicato su “Il
Foglio” nel motore di ricerca di Google, vengono fuori più
di cinquanta risultati. Se poi si inseriscono il nome e il cognome
dello scienziato italiano ne escono poco meno di mille. A differenza
del quotidiano “La Repubblica” che, in tempi non sospetti,
lo ha citato due volte (nel 2000 e nel 2003) e del “Corriere
della Sera” che riporta cinque righe di un suo intervento
in un articolo dell’ottobre 2004 sulla ricerca sul cancro
e l’apporto delle staminali. Ma di interventi autorevoli in
rete se ne trovano molti, molti di più di quelli che invadono
le colonne dei quotidiani di parte, più attenti ad accontentare
“il cliente” che a fare informazione seria e coraggiosa.La
scienza e la libertà di ricerca
Nel 1665, Isaac Newton a causa di una grave epidemia di peste, è
costretto a lasciare la sua università e a rifugiarsi nella
sua fattoria. Comincia per lui un isolamento che durerà due
anni. Ma due anni che, come ci racconta la leggenda della mela che
cade dall’albero, frutteranno al grande scienziato inglese
la scoperta della più importante legge della fisica, quella
della gravitazione universale.
Quale il segreto di tale rivoluzione che ci porta a dire che la
scienza moderna parte da lì, con Galileo e tutti gli altri
empiristi?
La parola chiave è “osservazione”. La scienza
parte dall’osservazione del fenomeno (dal greco phainómenon:
mostrarsi, apparire; nel linguaggio corrente: qualsiasi fatto o
evento suscettibile di osservazione o considerazione diretta o indiretta,
provocato o meno dall’uomo). La scienza dunque si occupa di
capire i meccanismi della realtà a partire da ciò
che è reale, in quanto osservabile. Il sostantivo ricerca,
abbinato all’aggettivo “scientifica”, in tale
contesto, evidenzia ancora di più che la ricerca parte dalla
natura e dalle sue leggi. Ma qual è, nelle intenzioni dello
scienziato, l’obiettivo ultimo della ricerca scientifica?
L’obiettivo della scienza è stato sin dall’inizio
quello di cercare le leggi che governano la realtà con lo
scopo di utilizzare tale conoscenza per migliorare la qualità
della vita umana. Già nella medicina di Ippocrate, intesa
come scienza e dunque conoscenza dei meccanismi che regolano le
attività del corpo per la cura delle malattie, si insiste
sulla finalità ultima che è ben evidente nel giuramento
antico: “In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò
per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e
danno volontario, e fra l'altro da ogni azione corruttrice sul corpo
delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”.
Diverso il concetto di tecnologia e non necessariamente connesso
a quello di scienza moderna, perché precedente. La tecnologia
è infatti il mezzo attraverso il quale realizzare un determinato
processo. La tecnologia la usavano anche gli uomini primitivi per
costruire le punte di freccia o per accendere il fuoco. Niente,
in questo ambito, è più “mezzo” di quanto
lo sia la tecnologia. Il fine ultimo dunque, nelle tecnologie applicate
alla ricerca scientifica, rimane sempre la conoscenza dei meccanismi
che regolano la natura.
Se questo è il fine della scienza moderna, la libertà
di ricerca scientifica non potrà mai essere come una cambiale
in bianco, priva di qualsiasi importo, ma dovrà rispondere
della finalità ultima: il miglioramento della qualità
della vita umana. Ma a partire dal concetto che il termine di riferimento
fondante è “vita umana” e non “qualità”.
Dunque non si può pensare che la qualità della vita
di uno venga prima del diritto alla vita di un altro. Bisogna sempre
considerare quali siano i “costi” di un eventuale miglioramento
prima di intervenire. Torneremmo altrimenti alla legge della giungla
dove gli interessi del più forte tendono a sopraffare quelli
del più debole. Non si capisce in questo contesto come proprio
un certo numero di coloro che hanno promosso il referendum e che
suggeriscono il principio di precauzione quando si tratta di “tutelare”
dalle biotecnologie melanzane o granoturco, non si preoccupino per
nulla di applicare lo stesso principio all’embrione, che è
già un programma biologico unico e irripetibile e che darà
origine a quel bambino che desideriamo al punto di produrlo in provetta.
Quando parliamo di qualità possiamo riferirci a diversi parametri,
in parte oggettivi e in parte soggettivi. Ma in ogni caso dobbiamo
escludere di parlare di quantità. Migliorare la qualità
della vita non ha dunque una relazione necessaria con allungarne
la durata, come vorrebbero i “transumanisti” nel loro
pericolosissimo delirio di onnipotenza: “l’infanzia
della razza è alla fine e bisogna riscrivere il linguaggio
di Dio”. Un proverbio recita così: meglio un giorno
da leone che cento da pecora. Sicuramente soggettivo perché
si può allo stesso modo decidere in piena consapevolezza
di viverne cento da pecora. Ma la questione rimane: per quanto si
possa allungare il brodo, la morte dell’individuo è
l’ultima delle prospettive. La scienza infatti punta alla
qualità perché l’infinito non è alla
sua portata in quanto “drammaticamente” non osservabile.
Quale dunque il limite della ricerca scientifica? Il limite è
insito nel suo stesso statuto epistemologico: quando la qualità
della vita umana viene compromessa la ricerca deve essere fermata.
Fin qui si può essere d’accordo, ognuno per i suoi
fini propagandistici, a partire dall’idea che si ha della
“vita umana”. Si contesta al Pontefice la sua dichiarazione
che la scienza abbia ormai dimostrato che la vita umana parte dal
suo concepimento. Giovanni Sartori, uno dei grandi “sacerdoti”,
insieme a Paolo Mieli e Enzo Biagi, del laicismo italiano, in un
suo recente articolo sul “Corriere della Sera” dichiara
che tale assunto del Pontefice altro non è che una dichiarazione
di “fede” perché la ragione deve necessariamente
asserire il contrario.
Ma poi, non si capisce bene il perché, a sostegno della sua
affermazione, cita Edoardo Boncinelli (biologo): la domanda su quando
“un embrione diventa persona e gode dei diritti spettanti
a una persona... è domanda che esula dalla biologia e dalla
scienza in generale”. Ma qui il buon Sartori sta parlando
di persona e non di “vita umana”. Dunque il titolo dell’articolo
“la vita umana secondo ragione”, con continui riferimenti
alla logica, lascia un po’ sconcertati vista l’autorevolezza
(presunta) del guru Sartori. È evidente che la biologia non
si occupi del concetto di persona. Mentre non è evidente
che non si occupi del concetto di “vita umana”, concetto
al quale Papa Woytila (filosofo e non costituzionalista) si riferisce.
Confondere il concetto di persona umana col concetto di vita umana,
se non è da ridere è comunque da piangere. La vita
umana è un concetto inerente all’aspetto biologico
dell’essere, mentre la persona è in rapporto all’ontologia
e quindi, pur partendo dal biologico, si estende in tutte le dimensioni
dell’essere.
La biologia non potrà mai parlare di vita umana al di fuori
delle coordinate scientifiche di spazio e tempo, veicoli essenziali
per l’osservazione scientifica e mai potrà negarne,
per rigore logico, l’origine nella fecondazione e il termine
nella morte dell’individuo: "dal punto di vista biologico,
non c’è in sostanza nessuna discontinuità dal
concepimento alla nascita e oltre", sempre per citare Boncinelli.
Del concetto di persona, però, non se ne occuperà
mai, perché la persona non è osservabile secondo i
suoi parametri rigorosi.
Chiamare in causa i biologi per far dire punti di vista personali
è la stessa cosa che chiamare in causa i fornai (con tutto
il rispetto per la categoria) e le pornostar (che nei salotti –
escludenti più che esclusivi – ci vanno spesso, comunque
più dei ricercatori come Angelo Vescovi).
La persona umana
Volendo considerare la confusione di Sartori tra vita umana e persona
solo una svista, vediamo cosa ci dice della persona, poiché
indubbiamente il concetto (che è filosofico e non biologico
– è meglio ribadirlo) nel dibattito attuale riveste
un suo ruolo. Sartori afferma nel suo articolo (continuando a saltare
dal concetto di persona a quello di vita umana indifferentemente
– ma lasciamo stare) che “la vita umana comincia a diventare
diversa, radicalmente diversa da quella di ogni altro animale superiore
quando comincia a rendersi conto ”.
Sono diverse le considerazioni da fare di fronte a tale assunto.
Innanzi tutto leggiamo ‘persona’ e non ‘vita umana’
(che è un concetto ineludibilmente biologico).
Cosa si intende, inoltre, per ‘cominciare a diventare’?
Qui si sta utilizzando il concetto del ‘divenire’ inteso
come la filosofia ci impone sin dai presocratici e cioè in
un continuum senza interruzioni. È significativa e sintetica
la definizione di Borges: “Il tempo è la sostanza di
cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io
sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre;
è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”. E quando,
bontà sua, il professore ritiene di posizionare l’inizio
(ma è una contraddizione logica parlare di inizio in tale
contesto di divenire) in questo ‘cominciare a’? La risposta
sembra essere: quando c’è autoconsapevolezza, cioè
capacità di riflettere su se stessi. Giusto. Sembra logico
(finalmente).
Vediamo un po’ allora quando e in quali situazioni si può
parlare di autocoscienza e quindi di vera ‘vita umana’,
come dice Sartori (io direi ‘persona umana’). Secondo
Piaget l’indistinzione dell’io dal mondo esterno e dunque
la mancanza di autocoscienza si protrae nel bambino (già
nato) per i primi mesi di vita. Dunque il bambino, secondo l’assunto
di Sartori, non può ambire alla dignità di “vita
umana” (leggi persona) finché non raggiunge lo stadio
dell’ autocoscienza. In tal caso quanto diventa lecito utilizzarlo
a fini terapeutici, ad esempio per salvare un individuo adulto (e
perfettamente autocosciente) da morte certa?
Sì perché anche l’adulto va inteso come consapevole
del proprio io. Altrimenti anch’egli non può essere
considerato persona. Come la mettiamo allora con i casi giudiziari
nei quali il ‘colpevole’ risulta scagionato da ogni
responsabilità in quanto ‘incapace di intendere e di
volere’? Secondo quale logica all’handicappato mentale
vengono concessi ‘privilegi’ e sostegno particolari
se è inconsapevole di sé? Non sarebbe più semplice
farne a meno ed eventualmente utilizzarlo a fini terapeutici o per
la ricerca scientifica? Si vede bene che la definizione del professor
Sartori non regge nemmeno alla prova del ‘buon senso’.
Un obiezione comune a tale provocazione è che si esiste in
relazione agli altri. L’handicappato (o diversamente abile,
come molto ipocritamente si dice oggi, quando poi ci si adopera,
attraverso la selezione eugenetica, affinché prima o poi
la scienza produca solo “vite umane” di ottima fattura)
instaura – da sé o per i contatti fisici o psichici
che i vicini hanno comunque con lui, anche se in stato incosciente
– una relazione con più soggetti. L’embrione
no, a maggior ragione se “fabbricato” in laboratorio
e non “secondo natura”. Ma anche questa spiegazione
non regge perché la relazione con gli altri è, in
termini filosofici, un accidente della sostanza, senza la quale
la relazione non potrebbe essere. In parole povere prima c’è
la sostanza e poi l’essere in relazione. Se si decide, al
contrario, di dare maggiore rilevanza all’aspetto relazionale
della persona e lo si assolutizza come atto costitutivo della stessa,
bisogna coerentemente ritenere che esseri umani privi di capacità
relazionale (vedi gli autistici, totalmente incapaci di entrare
in rapporto con ciò che è altro da sé, motivo
per il quale non sono consapevoli nemmeno della propria identità)
non possono essere definiti persone. E, come loro, tutti i bambini
che, secondo quanto definito da Piaget, sono ancora, pur essendo
“venuti alla luce”, incapaci di distinguere il sé
dall’altro (e questo ha riguardato la fase iniziale della
vita di ciascuno di noi). Potrebbe essere un modo per legittimare
l’infanticidio, purché in età precocissima.
E che dire degli orfani o di quei bambini abbandonati che non hanno
avuto la fortuna di conoscere un padre e una madre? Potremmo considerarli
persone? E’ evidente che portando il concetto alle estreme
conseguenze logiche si arriva al paradosso.
In conclusione
Di parole se ne stanno producendo veramente tante. Ma quante di
esse sono solo alibi – nutriti di sofismi che vogliono convincere
gli ignoranti, e contrari ad ogni buon senso – prodotti per
giustificare, alla stregua dei transumanisti, una ‘fiera degli
orrori’ ad uso e consumo del solito “più forte”
nell’illusione che si possa un giorno ambire a portare i propri
giorni sulla soglia dell’infinito?
In una materia così complessa e pericolosa si può
immaginare un referendum popolare che affidi alle crocette di un
questionario a ‘scelta meno che multipla’ di un cittadino
disinformato o male informato, la sorte dell’intero genere
umano?
Forse sì, ma solo in assenza di una vera democrazia. Perché
in questo caso, di sovranità popolare, non c’è
neanche l’ombra.
Paolo Aragona
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