REFERENDUM:
''No alla clonazione terapeutica è la tentazione di Faust''
Marco Politi
"No alla clonazione terapeutica è la tentazione di Faust"
Venezia - "È la tentazione di Faust, è come la
proliferazione incontrollata delle bombe atomiche". Il patriarca
di Venezia, Angelo Scola, reagisce allarmato alle notizie sulla
clonazione terapeutica che dalla Corea del Sud e dalla Gran Bretagna
irrompono in Italia alla vigilia del referendum sulla procreazione
assistita.
Cardinale Scola, perché questo allarme?
"Succede che in apertura del XXI secolo l'uomo è in
grado di mettere mano all'origine della sua stessa vita in modo
da innescare processi che possono diventare indominabili e condurre
alla sparizione della stessa specie umana".
Addirittura sparizione?
"Se non "ricevo" più la vita assecondando
il dinamismo naturale, che da sempre ha permesso al singolo uomo
di venire alla luce, se entro nell'ottica faustiana di considerarmi
come l'artefice che produce la vita, allora che garanzia abbiamo
che non sorga una volontà di potenza tale da innescare fenomeni
che giungano fino all'abolizione dell'umanità stessa?".
Dove vede emergere la tentazione di Faust?
"Nella formulazione di un giovane filosofo della scienza tedesco
Jongen, che dice "facciamola finita con questa storia millenaria
dell'uomo soggetto personale e accettiamo una volta per tutte che
l'uomo è il suo proprio esperimento". Questo è
molto pericoloso".
E invece?
"Abbiamo il dovere di rispettare la vita umana dal concepimento
alla morte naturale. Questo è il monito che ci viene dagli
inaccettabili esperimenti della Corea del Sud e dell'Inghilterra".
Eminenza, una parte dell'opinione pubblica non crede che si possa
equiparare l'ovulo fecondato dopo cinque minuti a una persona.
"Dobbiamo tornare all'esperienza umana elementare. Qui non
c'entrano laici e cattolici, tutti abbiamo da meditare. C'è
un dato di fatto: io sono oggi Angelo Scola, un uomo di sessantaquattro
anni, perché fin dal concepimento sono stato quell'embrione
lì. È innegabile".
Però ci sono degli stadi nell'evoluzione.
"Un bellissimo articolo di Romano Guardini del 1949 mette in
evidenza l'elemento di totalità organica, che caratterizza
fin dal concepimento ogni singolo come quel singolo. Uno di anima
e di corpo, per usare le parole della Gaudium et Spes. Sin dall'inizio.
È chiaro che ci sono dei gradi, ma essi si collocano tutti
all'interno di una unità organica dinamica. Per questo non
si può negare la dimensione personale del concepito, dei
cui diritti una legge deve tener conto come dei diritti del padre
e madre".
L'opinione pubblica è attenta a quanto può combattere
gravi malattie.
"Occorre stare attenti alle implicazione negative che possono
venire dalla società dell'immagine. È evidente che
se faccio vedere un malato grave di Alzheimer, seduto su una sedia
a rotelle, e lo metto a confronto con un invisibile embrione creo
falsi paragoni, emotivamente intensi ma logicamente deboli".
Non crede che la ricerca scientifica, alla lunga, non si possa fermare?
"Non si può parlare in astratto. Bisogna distinguere
tra scienza, tecnica, tecnologia e scienziato. La sintesi la fa
la persona, lo scienziato, che è un uomo che sta nel consesso
umano, che vive, ama, lotta, soffre, ha figli, vuol bene a una donna.
È lui, come uomo nel sodalizio della famiglia umana, che
deve accettare i valori condivisi e autoregolarsi, comprendendo
ciò che per un effettivo progresso è fattibile o no.
Ovviamente nel rispetto della legge".
Scienziati responsabili sostengono che le cellule staminali
embrionali, essendo totipotenti, potrebbero essere più utili
delle altre?
"Così si torna ai problemi di fondo della fecondazione
assistita o della clonazione terapeutica: il principio basilare
è che il concepito non può mai diventare strumento
per salvare un'altra vita umana".
Sono interrogativi complessi. Qual è la sua prospettiva?
"Al fondo emerge l'interrogativo se noi uomini di oggi siamo
disposti a riconoscere la bellezza e la profondità del fatto
che c'è la presenza di un Padre, di cui siamo figli, da cui
dipendiamo e di cui abbiamo un bisogno enorme come avvertiamo nella
fragilità che ci investe da ogni parte. E qui si apre uno
spazio stupendo per gli uomini di tutte le religioni, chiamati a
testimoniare la bellezza e il fascino della presenza di Dio. Perché,
come diceva il teologo De Lubac, si può anche costruire una
società senza Dio, ma in tal caso si rischia di costruire
una società contro l'uomo e gli esempi tragici del Novecento
devono farci riflettere tutti quanti".
Il prossimo referendum pone quesiti specifici. Perché
astenersi?
"Quasi nessuno ricorda che è un referendum abrogativo.
Quindi oltre che pronunciarsi a favore o contro è di pari
dignità decidere di non prendere in considerazione la proposta.
In questo caso, a fronte di una questione epocale e in presenza
di quesiti piuttosto astrusi, mi sembra un esercizio formalistico
di democrazia pretendere che milioni di persone si esprimano su
problemi così complessi con una semplice crocetta sulla scheda.
Noi dobbiamo lavorare per una democrazia sostanziale, anche valorizzando
i corpi intermedi. L'indicazione del non voto favorisce la maturazione
della questione in una società democratica e plurale come
la nostra".
Il quesito sui tre embrioni da impiantare non mi sembra al di fuori
della scelta di un cittadino.
"In una materia di vastissima portata ogni aspetto tocca tutti
gli altri e per questo il referendum abrogativo è inadeguato
come strumento. Bisogna evitare di congelare embrioni. È
una cosa tragica per chi come me pensa che ogni embrione è
vita umana. Non si tratta di un numero: tre, cinque o sette".
Insistendo sull'astensione dovuta alla complessità
della materia, la gerarchia ecclesiastica non diffonde l'immagine
di un popolo bue incapace di capire e decidere?
"Esattamente il contrario. È la difesa del popolo, dell'esperienza
elementare di ogni uomo. Un'esperienza comune a me e che sarebbe
stata comune a mia mamma o a mio papà camionista con la terza
elementare. In questo senso le indicazioni dei vescovi vogliono
essere un'eco dell'esperienza elementare del popolo. E io sono uno
del popolo. Il fatto di essere patriarca è del tutto secondario,
anzi accidentale. Gli intellettuali non devono essere avanguardisti,
cioè pensare per gli altri e identificare obiettivi per gli
altri. Ascoltino anch'essi l'esperienza elementare del popolo".
Tuttavia la Cei è arrivata proprio all'indicazione
tecnica di ciò che l'elettore deve fare. Cosa resta dell'autonomia
del laicato cattolico?
"Chi fa questi ragionamenti dimentica l'insegnamento di Jacques
Maritain, grande filosofo della politica, il quale ha sempre detto
che esiste un terreno intermedio tra i principi ideali e le soluzioni
pratiche e che quando si mette in gioco l'applicazione di principi
fondamentali - come la difesa della vita - non è pensabile
che non ci sia un'indicazione da parte di chi nella Chiesa ha il
compito di assicurare comunione e unità. Noi diciamo: attenzione
perché abolire questa legge, che pure ha dei limiti dal punto
di vista cattolico, significa cadere nel far west legislativo".
E la libertà di coscienza del fedele?
"Libertà di coscienza non significa affermazione individualistica
di sé o che la coscienza inventa la verità. Io cristiano
sono invitato dalla mia fede a vagliare ogni cosa avendo in me il
pensiero di Cristo, all'interno della comunità cristiana
e facendo riferimento a chi la guida. Anche se poi alla fine ciò
verrà sancito dalla mia personale decisione. Da questo punto
di vista sono contento di constatare che le aggregazioni dei fedeli,
in questa occasione, stiano collaborando tra di loro. E un segno
importante per la Chiesa e l'intero Paese".
Il cattolico che va a votare è stupido o traditore,
come è stato detto da alcuni?
"Preferisco dire che è ingenuo. Stante la natura del
referendum abrogativo e la questione del quorum, colui che andasse
a votare non commetterebbe un'ingenuità, perché è
evidente che con il quorum vincerebbero i sì. Non mi sento
di usare altri termini perché ho troppo rispetto per la libertà
di ciascuno".
Nella molteplicità delle visioni religiose ed etiche
non va tutelata in ultima analisi la laicità dello stato?
"Noi cattolici ci teniamo moltissimo e sarebbe bello che questa
fosse l'occasione per fare maturare in Italia la laicità
dello stato fuori dagli schemi di clericalismo e anticlericalismo.
Dobbiamo renderci conto che nella società civile del dopo-'89
l'uomo postmoderno sta vivendo un travaglio in cui si apre la possibilità
per il cristianesimo di intercettare le domande costitutive dell'esistenza,
che sono a fior di pelle in ciascuno. In questo senso è bene
accettare una laicità che non sia, per dirla con Hegel, una
notte in cui tutte le vacche sono bigie, ma un ambito di costruzione
della società in cui tutte le soggettività possano
esprimersi. Comprese le religioni. Senza pretese di sconti o di
privilegi, ma nel riconoscimento della loro valenza pubblica e della
loro capacità di contribuire all'edificazione di una vita
buona".
Marco Politi
Fonte: La Repubblica, 23/5/2005
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